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A Saviano commemorato i 500 anni del "Principe" di Machiavelli (VIDEO)

sabato 7 dicembre 2013, di Antonella Cremato

Nella sala consiliare del comune di Saviano viene commemorato il quinto centenario della stesura del celebre trattato “ De Principatibus” di Niccolò Machiavelli, un evergreen della letteratura italiana. All’interessante iniziativa hanno aderito la Pro Loco di Saviano, l’associazione culturale “N. Machiavelli” , l’amministrazione comunale di Nola nonché una rappresentanza dei licei della zona ( il liceo classico “G.Carducci” di Nola , il “C. Colombo” di Marigliano, il “Rosmini” di Palma Campania, il “Diaz” di Ottaviano, il “Torricelli” di Somma e il “Medi” di Cicciano) e delle associazioni di ex alunni di Nola e Marigliano.
L’evento culturale è stato aperto da una particolare presentazione: i ragazzi del liceo scientifico di Saviano e dell’Istituto Superiore Saviano-Marigliano hanno sfilato con gli abiti tipici dell’Italia del XVI secolo, contribuendo a quella ricostruzione della Firenze Rinascimentale che ha visto i natali della straordinaria opera machiavelliana. E’ il primo relatore a costruircene un quadro completo: Antonio Tafuro si è concentrato sulla genesi del “De Principatibus”, soffermandosi sulle esperienze che hanno ispirato il saggista e politico fiorentino ,ricostruendone la vita e il momento storico. Conoscere questi fattori è essenziale per comprendere realmente l’opera: la Firenze del 1500, la Firenze della famiglia dei Medici, è ricca di problematiche, cambiamenti e trasformazioni; è un periodo fondamentale per la nascita e il delinearsi di un concetto di cui abbiamo sentito spesso parlare: forma di governo. Come spiega il professor Tafuro, il “Principe” di Machiavelli non ha come obiettivo il concettualizzare una forma di Stato,non è un trattato di mera teoria, ma si sofferma sull’arte di governo, su un’organizzazione effettiva del potere. Perciò è importante contestualizzare l’opera e conoscerne l’autore; quest’ultimo si è completamente lanciato nell’agone politico, lo conosce , lo vive e lo critica: è un sistema troppo macchinoso, i progetti che si propone sono messi in atto con procedure troppo lunghe; egli delinea ,pertanto, le caratteristiche di un principe che è audace e tempestivo nelle sue decisioni,ma anche riflessivo ed astuto: è, insomma, “sintesi tra volpe e leone”. E’ questo il tema dell’opera, il suo fulcro, ciò che ha spinto persone a studiarne il testo e a fornirne interpretazioni anche a distanza di ben 500 anni.
Questo è il punto da cui è partito l’intervento del secondo relatore : il professor Raffaele Urraro, grande studioso degli scritti di Niccolò Machiavelli nonché pubblicista di saggi e poesie su molte riviste letterarie , fornisce ai presenti una brillante riflessione sull’attualità politica di questa opera. Ammette che parlare della persistente modernità di uno scritto di questo calibro è complesso e, probabilmente, anche rischioso visto le tante interpretazioni che si sono date ad esso.
Il professor Urraro (così come Tafuro nella conclusione del suo intervento) afferma che il più clamoroso fraintendimento, nonché il più famoso visto che molti ricordano Machiavelli per questo (senza averlo letto, molto probabilmente), sta nella frase “il fine giustifica i mezzi”. Il principe che viene descritto in quest’opera non è un uomo malvagio che per mantenere il potere nelle sue mani è capace di qualsiasi atto immorale; è, invece, un principe che ha come scopo il bene comune, uno scopo moralmente degno e legittimato dalla fiducia delle persone che vedono in lui il capo. Tale scopo deve essere raggiunto tenendo conto degli interessi di tutti, separando la politica dagli altri ambiti, come la religione o l’etica: se la politica si facesse condizionare da questi, non si giungerebbero a decisioni razionali su tematiche quali l’aborto, l’eutanasia, la ricerca scientifica; si estinguerebbero determinati conflitti ( in alcuni paesi , come anche a livello internazionale) se alcune credenze religiose non fossero radicalizzate nel fanatismo. “La laicità dello Stato- dice Urraro - non ha trovato ancora la sua strada”.
Le delucidazioni che il professore ci fornisce sulla cinica interpretazione che si è sempre data al Principe di Machiavelli giungono , così, a conclusioni e riflessioni attuali: la parola “principe” viene sostituita da “politico”. E’ oggi il politico che dovrebbe avere come scopo il bene comune e cercare i mezzi per raggiungerlo: chiarito il vero significato dell’opera, egli non può più utilizzarla per giustificare gli atti illeciti compiuti (per spinte individualistiche, non per un fine più alto che è il benessere dello Stato) ,né può pretendere che sia giudicato con parametri differenti in virtù della carica che occupa.
Il convegno è concluso citando l’esortazione presente nell’ultimo capitolo dello scritto machiavelliano ( ciò dà al pubblico proprio l’idea di un cerchio che si chiude, cosa decisamente magnifica) : “ exhortatio ad capessandam Italiam in libertatemque a barbaris vindicam”, un’esortazione a liberare l’Italia del ‘500 dall’egemonia straniera tramite il buon operato di un principe redentore.
La riflessione finale scatta da sé , e nel relatore che parla e nel pubblico che è lì ad ascoltare: ad oggi, ciò da cui bisognerebbe liberare l’Italia non è un “barbaro conquistatore” , ma la corruzione e la mancanza di coscienza civile. Ma chi è il principe dei nostri giorni?

Il video dell’evento ripreso dal professore Vincenzo Caputo

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