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Riflessione sulla follia dell’assenza di dignità umana. Attraverso "QZ6: i colori della follia", la denuncia sociale del regista Ciro Pellegrino

sabato 9 novembre 2013, di La redazione

Non uno spettacolo di semplice denuncia sociale, quello di Ciro Pellegrino, dal cui titolo, "QZ6: i colori della follia" lo spettatore è già accompagnato verso una riscoperta della dignità umana che ha un retrogusto agrodolce.

Un alternarsi di luci, immagini, suoni, dall’ambientazione quasi surreale. Eppure, per me, cultrice della materia, socia ANS, ed ex "folle", una realtà già vissuta sulla mia pelle e ripetuta lì, al circolo Arcas, in Via Veterinaria, 63, insieme alla mia redattrice. "Qualcuno sa chi sono?". Già, chi siamo noi, cosiddetti "normali", per poter giudicare coloro che sono privati non solo della loro libertà quanto delle loro esigenze primarie, i bisogni individuali tanto decantati da Maslow, e, soprattutto, del diritto di sognare.

Un’interpretazione, quella di Maurizio D. Capuano, Ilaria Incoronato, Noemi Giulia Fabiano, Paolo Gentile, Vittorio Passaro, Marco Serra, da veri attori professionisti, per un modo di fare teatro considerato di nicchia, in quanto non commedia, ma nemmeno tragedia. Un saper miscelare con la sapienza di un chimico luci ed ombre, voci e silenzi, urla e sorrisi, per mostrare, nella sua nuda realtà, una politica sanitaria che squarcia l’animo umano.

"Vogliono cibarsi della mia pena perché la loro, forse (n.d.r.: di pena), non li abbandona mai". Con la consapevolezza che sul palco erano solo attori, mi immergo per un secondo nella visione dei centri terapeutici, delle inchieste condotte personalmente, degli amici incontrati lì e mi chiedo quanto ancora oggi esista tutto ciò. Negli angoli nascosti di quache casa famiglia, come viene definito oggi quello spazio a metà tra sanitario e parasanitario che sembra inaccessibile ai non addetti ai lavori.

Così, per un secondo, mi fermo a rispondere ad uno degli "internauti": vorrei accarezzarlo, abbracciarlo, anche se non sa "cosa significa essere toccato da un essere umano". "Sei un uomo, solo un uomo. Non importa di quale orientamento sessuale o sogno, sei. Questo basta". Se ognuno di noi potesse, con la propria vita quotidiana, al lavoro, a scuola, in chiesa o altrove, dire questo, forse non ci sarebbero tante sbarre o carceri perché, in fondo, le uniche barriere sono quelle della mente. Una sola parola, che il regista ha saputo pronunciare: p-r-e-g-i-u-d-i-z-i-o. "Sono nato senza pelle. Il mio corpo era nervoso, penetrato, consenziente, e le voci della gente erano fruste". Consenziente?!?!?! Qual uomo potrebbe accettare di non avere diritti? Sferzate di indignazione, queste dovremmo oggi dare a tutti coloro che scelgono, decidono, acconsentono a certe pratiche barbariche.

Camicie di forza, farmaci costretti ad essere inghiottiti, stanze dalle pareti bianche, spesso sporche, come se il sudiciume fosse l’unica presenza di una vita consumata, esalata fino all’ultimo respiro, da semplici matricole. Mentre le mani battono su questa fredda tastiera la mente non perdona. È questo, forse, il modo migliore affinché da quella riproduzione fedele e precisa degli atteggiamenti e dei gesti - il toccarsi ripetutamente i capelli, il dondolarsi, il ripararsi il volto - dei pazienti di un manicomio immaginario, possa nascere una nuova idea di "persona".

Affinché il teatro possa essere non solo uno strumento per regalare attimi di spensieratezza e trasmettere valori, ma anche, e soprattutto, per modificare la forma mentis di tutti coloro che, ahimé, credono che "il malato" secondo tanti, o - meglio - l’emarginato, secondo il mio umile pensiero, sia "un problema che non ci appartiene" e non, invece, una risorsa per imparare ad amare, semplicemente, a braccia aperte, come una delle scene che più mi è rimasta impressa. Perché, a pensarci bene, siamo tutti rinchiusi nei nostri schemi mentali, nei nostri uffici, dietro ai nostri monitor, senza essere più capaci di ascoltare. Un ascolto, quello verso l’altro, che parte dalla conoscenza della sofferenza altrui e dal coraggio di farla propria, semplicemente, affinché nessuno possa più affermare di voler "essere come gli altri". "Il mondo non ascoltava i miei lamenti e voleva essere lui come me".

Ora, tu, prima semplice numero e corpo abbandonato chissà dove, o tu, grande imprenditore o governatore di chissà quale Popolo, sapendo che è anche "merito" tuo se esiste ancora tutto ciò, lo sai chi sei?

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