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Lettera aperta al Presidente di Confindustria Campania

venerdì 31 ottobre 2008


NAPOLI. Il presidente del gruppo regionale di Sinistra Democratica, Tonino Scala, con una lettera inviata al presidente di Confindustria Campania chiede che vengano mandati via dalla propria associazione gli imprenditori che non rispettano le norme di sicurezza sul lavoro. “Non c’è giorno che passi – scrive Scala - in cui non si registra un incidente sul lavoro. Non c’è giorno che passi in cui non si è costretti a parlare dell’importanza della sicurezza sugli ambienti di lavoro. Ognuno di noi può fare la sua parte. Ai vertici di Confindustria chiedo di valutare l’ipotesi di obbligare chi vuole aderire alla sua Confederazione di essere in regola con le norme di sicurezza. Non è più una questione di norme. Leggi per la sicurezza nei luoghi di lavoro ci sono e sono anche rigorose, ma i dati continuano a dire a tutti noi che sembra impossibile riuscire ad applicarle pienamente. Va fatto ogni sforzo per raggiungere l’obiettivo. E’ necessario che cambi la cultura del lavoro, per questo l’impegno di tutti deve essere totale e, soprattutto, reale. La sicurezza e l’integrità, la vita di ogni persona, devono essere l’impegno prioritario per tutti. Le morti bianche- conclude il presidente Scala- sono dette tali perché non causate da una diretta volontà di nessuno, ma mi consenta di esprimere la mia contrarietà a tale definizione: se non mostriamo tutti la ferma volontà di impedire che le persone possano “morire di lavoro” in qualche modo saremo colpevoli tutti quanti noi. Le morti sul lavoro potranno anche continuare ad essere definite “bianche” ma saranno le nostre mani che si tingeranno sempre più di nero”.
Segue testo della lettera.

Caro Presidente,
Non è possibile assistere ancora oggi, nonostante le nuove direttive ministeriali, ad una palese illegalità nel mercato del lavoro. Non c’è giorno che passi senza che capiti che qualche lavoratore saluta i suoi cari la mattina non immaginando che quella è l’ultima volta che gli è concesso farlo.
Dalla stampa si evince che solo in Campania negli ultimi giorni in tanti hanno perso la vita sui luoghi di lavoro:
- 17 ottobre, Massimiliano Strifezza,33 anni operaio, è morto in un cantiere edile a Battipaglia (Salerno). E’ rimasto schiacciato da un pannello di copertura di un capannone industriale che in quel momento era manovrato da una gru;
- 16 ottobre, Guido Palumbo, 35 anni, di Casoria (Napoli), dipendente di una ditta di lavorazione del ferro, é morto in seguito ad una caduta;
- 16 ottobre, è morto schiacciato da lastre di marmo cadute da una gru 21enne rumeno, operaio di una fabbrica di lavorazione marmi in via Polvica a San Felice a Cancello, nel casertano;
- 4 ottobre, un imprenditore di 44 anni è morto in un incidente in un cantiere di cui era titolare, a Calvi, nel Beneventano. La scala di legno che stava utilizzando non ha retto, ed é caduto da un’altezza di 7 metri.
- 9 ottobre, si è schiantato al suolo precipitando dal tetto di un edificio sul quale era salito per sistemare la copertura Fiorentino Captano, 60 anni, titolare di un’impresa edile di Caserta;
- 24 settembre Fabrizio Materazzo, di 22 anni, è morto mentre stava lavorando all’interno del pastificio “Amato”, a Salerno, la vittima si trovava a bordo di un muletto che stava guidando, ribaltatosi all’improvviso. E’ morto schiacciato dal mezzo. E ancora, a Maddaloni, nel casertano, un operaio di 39 anni ha perso la vita in un cantiere precipitando da un’altezza di 20 metri. E si continua in un elenco infinito: un operaio di 38 anni, impiegato presso la Ciocodor di Ragusa, ha perso la vita mentre puliva la vasca. Un artigiano di Gela, Giuseppe Tabone di 57 anni, è morto dopo essere caduto da un’impalcatura. Luan Qosya, un operaio albanese di 38 anni è morto, probabilmente folgorato dall’alta tensione, in un incidente sul lavoro avvenuto a Roveleto di Cadeo, nel piacentino. Un uomo di 56 anni, Mauro Strozza, e’ morto a Barile (Potenza) in un fondo agricolo, travolto dal trattore che stava conducendo. Due operai rumeni sono rimasti gravemente feriti nel ribaltamento di un’autogru, mentre stavano raggiungendo il tetto dell’Istituto alberghiero di Roccaraso per effettuare alcune lavorazioni. E tanti altri ancora. Tutto questo in meno di due mesi. Operai che lavorano senza alcuna protezione, come nel cantiere presente allo svincolo autostradale di Eboli, o donne che perdono la vita in quanto schiave di imprenditori senza scrupoli, come nel caso del tragico episodio di circa un anno fa nel comune di Montesano sulla Marcellana, sono casi che riflettono, purtroppo, una condizione dilagante in cui versano migliaia di lavoratori in Campania, nel Sud e in tutto il nostro “bel Paese” . Non si trovano i termini per definire tale “vergogna”, che dalle statistiche, è tutta italiana. Esiste una “non cultura” della sicurezza che quotidianamente va ad alimentare il fenomeno delle “morti bianche”. I sindacati denunciano continuamente le palesi irregolarità, soprattutto nei cantieri edili. So che sono stati chiesti ad alcune Province, come quella di Salerno, di lavorare a protocolli d’intesa, che mirino a monitorare le cause degli incidenti sul lavoro e che prevedano l’esclusione dagli appalti pubblici di aziende con gravi colpevolezze in merito, Ma non può bastare. Il tema della sicurezza sui luoghi di lavoro investe, in termini di responsabilità dirette e no, un’ampia pluralità di soggetti. Il Governo il primo aprile ha emanato il Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro in attuazione della Legge delega 123 del 2007. Un primo passo in avanti per dotare il Paese di una legge adeguata, in grado anche di recepire le sollecitazioni del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ma questo rappresenta solo un punto di riferimento importante al quale è necessario affiancare le azioni di quanti possono concretamente contribuire alla battaglia per impedire che l’elenco delle “morti bianche” si allunghi all’infinito. Le “morti bianche” oltre a lasciare una lunga scia di sangue lasciano anche famiglie, colpite da dolore lacerante, che precipitano all’improvviso in una condizione di grave disagio economico e sociale. Senza considerare il pesante danno economico per l’erario, che in tempi come questi, non è per nulla trascurabile. Gli infortuni sul lavoro gravano per oltre 15 milioni di euro sulla spesa pubblica. Circa il 3% del PIL. Le prestazioni pagate dall’Inail in seguito agli infortuni accertati si aggirano solo in Campania intorno ai 45.000. La “non cultura” della sicurezza sul lavoro è una sciagura a 360°. Il sindaco di Napoli ha detto basta alle gare al ribasso che mettono a rischio la vita dei lavoratori, l’assessore regionale al lavoro Corrado Gabriele ha stanziato fondi per assumere ispettori e formare i pochissimi già in organico, che a tutt’oggi, non sono operativi. Confindustria stessa lancia appelli e mette in campo iniziative, senz’altro condivisibili, ma tutto ciò ancora non basta. Confindustria Campania ha deciso di non accettare le iscrizioni di imprese che possono essere in “odore di camorra”. Un atto encomiabile. Ma la stessa Confindustria ha fatto un monitoraggio delle aziende, sue iscritte, che sono in regola con le norme di sicurezza? Perché non impedire anche a chi disattende la legge 626 l’iscrizione e depennare quelle già iscritte? Ho letto il codice etico che si è dato Confindustria e seguo tutte le encomiabili iniziative che sta mettendo in campo per contrastare il fenomeno delle morti sul lavoro. So anche quanto grande sia l’impegno della Confederazione campana per combattere il fenomeno dell’estorsione e dell’usura e dei dati allarmanti tratteggiati dal primo Report della ricerca ‘‘L’impresa e l’aggressione criminale in Campania’’, promossa dalla vostra federazione regionale in collaborazione con l’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità del Corriere del Mezzogiorno. Sono state contattate circa 2300 imprese federate, mediante le associazioni territoriali, a Confindustria campana per monitorare i fenomeni camorristici di cui sono vittime le imprese. Perché non farlo anche per monitorare la sicurezza dei dipendenti che in quelle stesse imprese lavorano? Non possono bastare, se pur necessari, solo codici, norme o la proclamazione di intenti. Questo fenomeno deve essere non arginato, ma eliminato. Cominciamo tutti da ciò che ognuno di noi può fare. Confindustria può obbligare a chi vuole aderire alla sua Confederazione di essere in regola con le norme di sicurezza. Non è più una questione di norme. Leggi per la sicurezza nei luoghi di lavoro ci sono e sono anche rigorose, ma i dati continuano a dire a tutti noi che sembra impossibile riuscire ad applicarle pienamente. Va fatto ogni sforzo per raggiungere l’obiettivo. E’ necessario che cambi la cultura del lavoro, per questo l’impegno di tutti deve essere totale e, soprattutto, reale. La sicurezza e l’integrità, la vita di ogni persona, devono essere l’impegno prioritario per tutti. Le “morti bianche” sono dette tali perché non causate da una diretta volontà di nessuno, ma mi consenta di esprimere la mia contrarietà a tale definizione: se non mostriamo tutti la ferma volontà di impedire che le persone possano “morire di lavoro” in qualche modo saremo colpevoli tutti quanti noi. Le morti sul lavoro potranno anche continuare ad essere definite “bianche” ma saranno le nostre mani che si tingeranno sempre più di nero.
Cordialmente
Antonio Scala

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