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Storia: Quando Somma Vesuviana era il centro dei bottari vesuviani

lunedì 5 ottobre 2009


Il rosso mosto risalì spumante/sopra i garretti; ed ei girava a tondo/premendo coi calcagni e con le piante. E il sole rosso illuminava il biondo vendemmiatore. Così Giovanni Pascoli nella sua “La Vendemmia”. Altri tempi. Come ad altri tempi facciamo riferimento se ricordiamo la figura dei “bottai”, o bottari. Costoro erano gli addetti alle costruzioni delle botti per conservarvi dentro il vino e Somma Vesuviana ne era uno dei centri più importanti del vesuviano. Si, proprio nella cittadina sommese alla fine del settecento e per buona parte dell’ottocento c’era una sorta di “borghesia dei bottari”. Famiglie, di cui probabilmente la più importante fu quella dei Pellegrino guidata dal capostipite Natale, che acquisirono ingenti fortune economiche e lustro sociale costruendo botti di rovere (Quercus petrae, una quercia appartenente alla famiglia delle Fagacee n.d.r.), di cui si racconta, il monte Somma ne era pieno. Non solo botti però. A spiegare ciò che rappresentava questo segmento economico e sociale di Somma Vesuviana in quel periodo storico è Alessandro Masulli, responsabile dell’archivio storico della cittadina sommese “G.Cocozza”. “Attorno alla produzione di vino, di cui il vesuviano era uno dei punti cardini per qualità e quantità dell’intera area napoletana, c’erano diverse figure. Tre in particolar modo possiamo riconoscere: I produttori, i sensali (una sorta di mediatori dalle funzioni sociali più allargate rispetto al senso moderno del termine che diamo a questa categoria professionale n.d.r.) ed i bottari”. Partiamo però da un presupposto storico fondamentale. Somma Vesuviana, e più in generale tutta l’area vesuviana-nolana, era conosciuta fin dall’antichità per i suoi vini. Tanto che, nella Villa romana sommese che i giapponesi dell’università di Tokio stanno portando alla luce, ci sono chiari riferimenti al culto per Bacco, divinità romana accostata al vino alla vendemmia e ai vizi (Non solo, ma sono state ritrovate anche le "Dolie", contenitori che servivano a conservare olio e vino). Ma i vini vesuviani s’imposero all’attenzione del grande pubblico soprattutto nel Medioevo e nel Rinascimento. In particolare il greco di Somma era definito il vino più prezioso tanto che Papa Paolo III ne beveva ad ogni pasto e nell’occasione dei grandi viaggi pretendeva sempre che un rosso vesuviano lo accompagnasse. Altro vino molto considerato era l’aglianico rosso di Somma.
Nell’ottocento si riaffacciarono sulle tavole e nelle osterie i vini vesuviani. E con essi i sensali ed i bottari. Questi ultimi, come scrive Masulli a pagina 81 del nel suo libro “Note Vesuviane”: “Nei Comuni di Somma, Ottajano e Boscotrecase i bottari erano veri padroni delle piazze per i guadagni economici smisurati offerti dagli esorbitanti prezzi del bottame venduto in abbondanza e quindi per il consequenziale potere che ne derivava”. Ed ecco che allora, a spulciare le cronache del tempo non sono infrequenti vere e proprie faide e sfide alquanto campanilistiche tra le famiglie di bottai. Tanto che nel luglio del 1845 si parlava di guerra contro “la camorra dei bottari”, come conferma lo stesso Masulli. Bottai che via via sono scomparsi dalla scena, così come le grandi cantine (Una delle più famosa era quella de “Le unite cantine Menzione” di San Giuseppe Vesuviano) con i loro grandi vini vesuviani. Lo stesso intenso profumo del mosto, padrone assoluto dei vicoli dei paesi all’ombra del Vesuvio agli inizi di ottobre, è un ricordo più o meno sbiadito.
Ci resta però "La Vendemmia" del Pascoli: “ Dicesti: il bello è bello, ma non dura.E vendemmiasti.”

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