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Pompei: per il teatro napoletano Peppe Barra si augura "La creazione di un museo di arte popolare in Campania"

domenica 6 dicembre 2009, di Giusy Aliperti


Il Teatro non ha categoria ma si occupa della vita. È il solo punto di partenza, l’unico veramente fondamentale. Il Teatro è la vita. (Peter Brook).
Queste parole vogliono tentare di esprimere almeno in parte il senso profondo e spesso inafferrabile dell’arte teatrale,l’essenza di un trovarsi su un palcoscenico,l’emozione che si tenta di esprimere recitando quella grande tragedia che è la vita.E quale teatro meglio di quello napoletano ha saputo rendere omaggio alla vita in ogni sua sfumatura??
Sicuramente il convegno interdisciplinare "Lo Cunto di Napoli" si è mosso da queste prospettive.Tenutosi sabato scorso nella sala comunale di Pompei ha attratto moltissimi giovani universitari ma anche tante persone semplicemente desiderose di saperne di più sul teatro nostrano.A presiedere l’iniziativa il professore Pasquale Sabbatino,docente ordinario alla facoltà di Lettere Moderne della Federico II. Ospite d’onore il grande attore Peppe Barra.
Ad aprire la manifestazione, la professoressa Giuseppina Scognamiglio,anch’ella docente ordinaria alla Federico II,che rimembra a tutti noi la grandezza spesso dimenticata del grande Raffaele Viviani:"La sua Napoli viene da lontano,è il racconto di una plebe priva di coscienza sociale,di un popolo abbandonato dalle istituzioni monarchiche.Ma il Fascismo relega il teatro di Viviani ai margini della società culturale del tempo e"- prosegue la Scognamiglio-" nelle sue opere magistrali come "Padroni di Barche" non ha niente da invidiare a Brecht(il più grande tragediografo del teatro tedesco del xx secolo n.d.r.).Le umili origini inducono Viviani a dedicare tutta la sua poetica al popolo".A essere ricordate con brevi passi opere che potremmo definire solenni come "Scugnizzo e "Napoli in Frac".
A condividere con gli ascoltatori il ricordo di Salvatore DI Giacomo è il professore Toni Iermano,docente ordinario all’Università di Montecassino:"Di Giacomo ha influenzato tutta la letteratura del novecento,con la sua cultura.Le sue opere come "A S.Francesco","Assunta Spina","Malavita" non appartengono ad un teatro regionale ma nazionale" Emblematica è la frase di Di Giacomo citata a chiusura del commento:"La cultura è il vero luogo dell’amicizia,delle relazioni".A dimostrazione di come solo la cultura possa dare la prospettiva di una vita veramente libera.
A commemorare "La Gatta Cenerentola" e Roberto De Simone è il prof.Sabbatino: " Il potere maschile cede il passo a quello femminile,Cenerentola rappresenta il popolo che arriva a corte".Un’opera la cui eco è giunta fino a noi. Sono stati ascoltati alcuni dei momenti più importanti della prima rappresentazione andata in scena nel 1976:"La canzone delle sei sorelle",la parte in cui le donne recitano il rosario(un misto tra sacro e profano) con riferimento ad organi sessuali,la scena dell’ingiuria.
Ultimo ma nn certo per importanza è il ricordo di Annibale Ruccello ad opera del giornalista Pier Luigi Fiorenza:"Dal capolavoro "Ferdinando" all’opera "Le cinque rose di Jennifer",storia di un travestito che vive nei ghetti, il tema ricorrente è quello del degrado umano,il dramma della solitudine,la follia che si insidia nei gesti comuni.Elemento centrale è la perdita dell’identità culturale in vista dell’omologazione a causa della pessima tv che ha sostituito il focolare domestico e il dialogo familiare(e infatti la tv è sempre in scena).Il trans sembra anticipare alcuni personaggi di Almodovar"
Quasi inenarrabile potremmo definire l’intervento finale di Peppe Barra:il maestro dell’odierno teatro nazionale si lascia andare a personali ricordi che sceglie di condividere con il pubblico.Dalla rievocazione della composizione di Gatta Cenerentola avvenuta in sei lunghi anni,alla prima rappresentazione al Festival di Spoleto,all’entusiasmo della critica:"Accoppiamo il buonissimo barbon americano al buon vino italiano!",detta antecedentemente alla prima messa in scena,alla frase famosissima "Il buon vino si è tramutato in champagne e il barbon in acqua fresca" apprezzamento post spettacolo dei critici.I ricordi,le parole d’amore sono tutte per un teatro in grado di dare un senso alla vita a chi sente di essersi smarrito nei meandri dell’universo.E per il maestro Barra è stato così:recitare lo ha guarito dalla depressione,gli ha permesso di dimenticare ogni qual volta saliva sul palco tutti i suoi dolori,quel "male di vivere" comune al resto dell’umanità."La Gatta Cenerentola è un atto d’amore"ci tiene a ribadire l’attore,"perchè il teatro"-prosegue il maestro "è una grande terapia spirituale capace di arrivare alla mente ma soprattutto al cuore".Il contributo si conclude con una splendida filastrocca di Gianni Rodari.
In ultimo il prof.Sabbatino e Peppe Barra rivolgono alle istituzioni un monito affinche creino un museo di arte popolare in Campania come segno tangibile di una cultura destinata a durare nel tempo,orgoglio del presente, memoria per il futuro. Perchè "l’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita.Vano delle scene il diletto ove non miri a preparare l’avvenire"

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