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EDITORIALE

La privatizzazione della politica

Merone, "Il partito è vissuto come un affare personale e un nuovo militante come un intruso".

giovedì 4 ottobre 2007


SANT’ANASTASIA - Dove sono e come vivono i trentenni e i quarantenni? Quelli su cui in certi anni, non troppo lontani, la politica appuntava tutte le sue speranze per migliorare la società. Quelli che oggi dovrebbero rappresentare la nuova classe dirigente e, in parte la rappresentano, come descrivono la politica? E i partiti si preoccupano ancora di formare al loro interno una generazione in grado realmente di affrontare la sfida di una società complessa come la nostra? Il leaderismo imperante, il rapporto con il potere e i nuovi soggetti politici sono ancora argomenti su cui si può discutere?
Con questo editoriale, firmato da Fabio Merone, si sollecita la partecipazione a un dibattito che spesso non trova spazio nelle sedi deputate. Il forum sarà quindi aperto al contributo di chiunque voglia dire la sua sul tema proposto.

La crisi della politica in Italia non data da oggi. Chi ha memoria storica o ha letto qualche libro sul tema, sa che la prima delegittimazione del sistema repubblicano risale agli anni 60, con il fallimento del primo centro-sinistra DC-PSI. La conseguenza fu il 68 e la protesta operaio-studentesca. Negli anni 70 il Berlinguerismo tentò di superare lo sforamento della pratica politica dal quadro istituzionale operata dai gruppi estremisti di destra e di sinistra. Negli anni 90 tangentopoli e la nascita del fenomeno Berlusconi. La crisi della politica non è dunque una novità, anzi è quasi “un luogo comune” che accompagna ogni generazione.
Ricordo quando ero al liceo, al compimento del diciottesimo anno di età, la mia insegnante salutò la sopraggiunta maturità, con una formula carica di enfasi e di responsabilità “… sei diventato un soggetto politico attivo!!!”mi disse. Quel modo singolare di ricordarmi una etica della partecipazione civile restò il sottofondo della mia prematura partecipazione politica attiva. Non erano neanche quelli anni di grandi militanza però a noi sembrava di vivere in un universo in cui fare politica era naturale, come uscire con gli amici ed avere una ragazza. E’ poi in una fase successiva che ci si confronta con la parte più aspra della militanza, l’incontro con il potere. E’ quello il momento critico, in cui molti di noi hanno perso la bussola, o perché si sono allontanati e chiusi in se stessi o perché da esso si sono fatti fagocitare. Io appartengo ai primi, ma non per “eticismo” né per una verginità conclamata. Semplicemente perché il gioco del potere mi inaridiva e lo trovavo poco interessante. A quelli che si indignavano ho sempre risposto. Preferisco la corruzione della politica a quella dell’università che, in nome della cultura, Ha venduto le anime e gli spiriti vivaci della nostra generazione. Ai miei occhi essa aveva una attenuante, che si confrontava con gli interessi complessi che una società per sua natura esprime.
Riaffacciandosi oggi al panorama politico però, qualcosa di veramente nuovo,mi sembra, stia accadendo. Mi riferisco in particolare alla politica locale.

1. Sono quasi 15 anni che la sinistra o il centro-sinistra è diventato pienamente forza di governo-potere.

2. La privatizzazione della politica.

Per la mia generazione, e parlo in particolare per me stesso, l’arrivo delle amministrazioni di sinistra fu una svolta epocale carica di speranze profonde. Il saccheggio del territorio, ferocemente perpetrato da una classe politico-affaristico che indubbiamente si identificava con il pentapartito, fu vissuto da noi come una specie di incubo da cui sembrava non saremmo mai usciti. Chi di voi non si ricorda la famosa omelia di un parroco di quartiere a Napoli che l’unico grido di speranza che seppe rivolgere ai giovani fu “…fujitevenne”? A quell’epoca eravamo ingenuamente convinti che il blocco di potere teneva fuori dalla gestione del territorio “la parte sana” della società, che era, ben inteso, rappresentata da noi della sinistra. Il sottosviluppo del nostro territorio ed il suo drammatico ritardo rispetto a qualunque regione europea veniva a connotare maggiormente la preoccupazione di una generazione che ha incominciato a viaggiare e perciò a prendere coscienza dei nostri mali. Ero segretario di Rifondazione Comunista quando riuscimmo a portare a palazzo Siano Mario Romano. La vittoria fu talmente travolgente da farmi dimenticare la sconfitta del nostro partito che non riuscì a fare eleggere un suo consigliere. Non spetta a me fare un bilancio delle giunte di sinistra o centro-sinistra. Oggi la coscienza del cittadino medio rispetto alla politica assomiglia sempre più a quella frase qualunquista per eccellenza “so tutt ugual”, con qualche fondamento in più rispetto al passato.
Quello che più colpisce l’immaginario del cittadino medio ma anche del militante, e qui veniamo al secondo punto, è la capacità dei nuovi venuti di trasformarsi in pochissimo tempo in efficientissimi imprenditori della politica. L’incontro con il potere è diventato non più quel “passaggio necessario” a cui chiunque volesse partecipare alla gestione della cosa pubblica doveva sottoporsi, ma il fine in sé che non solo veniva cercato ma teorizzato e sublimato. Direte voi, in fondo non hanno fatto altro che applicare il vecchio sistema democristiano-socialista. Certo le teorie di cui li senti discutere sono molto simili; per es. la conquista del consenso a tutti i costi per poi poter pesare nelle scelte “importanti per la collettività”, oppure la pratica dei “favori”, che anziché chiamarla per nome, cioè compravendita di consenso, sotto forma di voti o di appoggio di correnti, viene idealmente giustificata nel nome di un “machiavellismo nobile” per cui la pressione sociale è forte (anche la disoccupazione) ed in politica bisogna saperla gestire. Io non ho vissuto il sistema di potere degli anni 80 dall’interno per poter giudicare sulle eventuali similitudini. Certo è che allora c’era la sensazione che esisteva una prassi sociale e politica che in qualche modo ti risarciva dall’esclusione della gestione del territorio.
Quale pratica politica o dinamica sociale è mai possibile oggi? Dov’è “la parte sana” della società? Oggi ho la sensazione che non vi siano più alibi, che questa classe politica che ci ritroviamo assomiglia molto da vicino a noi stessi. E se non mi sento attirato dai riti demiurgici del V. Day, sono però colpito da un qualcosa che mi sembra diversa dal passato, “la privatizzazione degli spazi politici”, in cui i suoi dirigenti oltre a non cercare il consenso, non tengono conto dei propri iscritti e meno che mai dei propri iscritti. Ricordo che ai miei tempi se un cittadino, fosse giovane o anziano, operaio, studente o disoccupato, entrava in una sezione o contattava un membro di un partito per avvicinarsi, trovava attenzione, non fosse altro che per la necessità di mostrare in federazione un numero di iscritti decoroso. La sensazione che ho avuto, tentando un approccio con quel che resta dei partiti di sinistra, compreso i nuovi progetti politici, è che la politica fosse affare di quei pochi, i quali talmente assuefatti dai loro ruoli specifici, vivono il partito come un affare personale ed un nuovo militante come un intruso.

Fabio Merone

Messaggi

  • Ho letto l’articolo di Fabio Merone e subito la mia mente ha cominciato a rivivere quella bella stagione che furono gli anni 90 e in politica e da un punto di vista culturale.
    Per essere più precisi e disincantati diciamo pure che ci eravamo illusi che gli anni 80 e tutto il malsano politico-culturale si fosse consegnato alla storia invece, con la caduta del primo governo Prodi nel 1998 e poi con tutto ciò che ne è derivato, abbiamo assistito in maniera "attivamente passiva" alla creazione dell’impero del nulla dove l’affarismo politico-personale la fa da padrone.
    Dove l’aggregazione avviene “contro” Berlusconi o “contro” i comunisti (ammesso che ci siano ancora i veri comunisti) a seconda delle parti. In ogni caso però in maniera negativa.
    Oggi caro Fabio, volendo citare Gaber, tutto è falso, ma come notavi tu anche negli anni passati la crisi della politica è stata una costante del sistema Italia con la differenza che oggi non c’è più un’ideologia che serviva da scudo e spada per far combattere i cittadini in nome di un’idea, insomma si era quasi obbligati a pensare!
    Prima ho citato gli anni 90 perchè come te in quel periodo ho vissuto il mio impegno politico ed oggi mi sento un reduce (ancora Gaber, deformazione professionale) che guarda con rabbia e schifo qualche suo coetaneo che addirittura prende tangenti e che viene etichettato come mister 10% o 15%, evidentemente a seconda dell’acquirente a cui viene concesso il piacere! Mi viene quasi da pensare che forse il fesso sono io e tutti quelli che non ne hanno approfittato! Bah! Ai posteri l’ardua sentenza!
    Detto questo però bisogna anche pensare a fare politica fuori dai partiti, farlo tra la gente e con la gente comune per fare in modo che questi "privatizzatori della politica" un giorno vadano al posto che gli spetta: la galera!
    Soprattutto però per cominciare a costruire un’epoca diversa e migliore, che ci faccia uscire da questi “tempi” barbari.
    Fabio, hai anche citato l’esperienza del sindaco Romano, che vide l’aggregazione spontanea di tanti giovani.
    Quella esperienza la ricorderò sempre attraverso una frase di Alfredo De Simone:” si vinse perché ci presentammo in maniera positiva perché si era propositivi”.
    Questo è quello che veramente dobbiamo ricominciare a fare: pensare e proporre!
    Alla prossima.
    Aldo Campana

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