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Brusciano, per il sindaco chiesti 6 anni e mezzo di carcere

venerdì 28 maggio 2010, di Gabriella Bellini


DA METROPOLIS DEL 28 MAGGIO

Brusciano. Sei anni e sei mesi di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. E’ la severa richiesta di condanna Effettuata dal Pm Valeria Sico nei confronti del sindaco di Brusciano Angelo Antonio Romano e del consigliere di maggioranza Salvatore Papaccio. Per entrambi l’accusa è di tentata concussione in concorso, la richiesta ieri nel corso della requisitoria davanti al collegio D del tribunale di Nola (presidente Mariarosaria Bruno, giudici a latere Agnese Di Iorio e Aurigemma Martino). Una lunga requisitoria, quasi due ore, per il pm che si è soffermata soprattutto sulla figura del primo cittadino del quale ha ricordato il coinvolgimento in passato in procedimenti che riguardavano l’associazione a delinquere di stampo camorristico. “Né lui né il Papaccio sono degli ingenui”, ha detto il Pm in aula, “hanno i loro scheletri nell’armadio. Per Romano un procedimento, dal quale poi è stato prosciolto, e frequentazioni con imprenditori anche loro finiti sotto processo per 416 bis. Delle ‘macchie’ che servono a delineare la personalità dell’imputato”. Romano e Papaccio sono accusati di aver chiesto, in più occasioni, nel 2004 una tangente di 500 mila euro ad un imprenditore, Angelo Perrotta (costituitosi parte civile con l’avvocato Anna Jossa), per concedergli una licenza edilizia che gli avrebbe consentito di costruire circa 70 appartamenti in una lottizzazione a Brusciano, nel corso del tempo sarebbero stati anche disposti a concedergli uno sconto per arrivare a 300mila euro. Ma l’uomo, che è un costruttore noto nella zona e che appartiene ad una famiglia che da anni si occupa di edilizia, ha deciso di non sottostare ai ricatti dei due politici ed ha denunciato tutto ai carabinieri. Alla base del processo anche le registrazioni che Perrotta ha fatto nel corso dei colloqui con i due. Nella sua requisitoria di ieri il pubblico ministero ha ripercorso le dinamiche che hanno portato Perrotta a denunciare tutto, ha spiegato per quali motivi non può considerarsi veritiera la tesi sostenuta dalla difesa dei due imputati secondo cui loro sarebbero le vittime di una tentata corruzione. In alcune udienze, infatti, Romano aveva raccontato di come fosse stato Perrotta a offrirgli un appartamento prima, e 70 mila euro poi, in cambio della famosa licenza edilizia. “Ad un certo punto l’imprenditore incontra un avvocato che in passato aveva difeso Romano”, ha ricordato la Sico, “ a lui rivela quanto gli è accaduto, e cioè la richiesta di denaro da parte del sindaco e di Papaccio in cambio dell’approvazione della sua pratica, a quel punto il legale gli sconsiglia di denunciare ma gli suggerisce di risolvere la cosa in modo bonario. Dopo poco Romano viene avvisato dell’intenzione di Perrotta di denunciarlo, l’imprenditore dal canto suo si è già recato dai carabinieri di Castello di Cisterna che, con il loro senso pratico, gli ricordano che fin quando non avrà delle prove è la sua parola contro quella degli amministratori e che rischia anche una denuncia per calunnia. Così l’imprenditore decide di incontrarsi con Papaccio e di registrare le conversioni cercando di avere dei riscontri. Ma a quel punto è Romano che anticipa Perrotta e lo denuncia, in maniera generica, ma in questa non si racconta né dell’appartamento né dei soldi. Il sindaco ha spiegato di non aver denunciato prima la cosa perché è un politico abituato a gestire situazioni come queste, ma soprattutto perché ha paura, dice che Perrotta è in odore di camorra è vicino al Clan Rega, poi, però continua ad incontrarlo e anzi convince Pappaccio, suo amico da 40 anni e ‘compagno di merende’, ad incontrare l’uomo di cui dice di aver paura perché Perrotta lo ‘assillava’ affinché la sua pratica andasse in porto”. Una ricostruzione dei fatti che non convince il Pm, che infatti sottolinea le incongruenze: “Perrotta, e lo hanno confermato i testi che abbiamo ascoltato nel processo, credeva che la sua licenza sarebbe stata approvata anche e quindi perché avrebbe dovuto offrire soldi e una cosa in cambio di qualcosa che credeva gli spettasse? E poi perché avrebbe dovuto soffrirlo al sindaco, visto che dal 2003 tutte le decisioni in materia urbanistica spettano al responsabile dell’Ufficio Tecnico? E perché avrebbe dovuto coinvolgere Papaccio e quindi avere un’altra persona da accontentare? La sua pratica nel 2002 era già stata approvata e per poi, per un vizio di forma, era stata bloccata, una situazione sanata quando è stata ripresentata. E poi un soggetto che vuole corrompere qualcuno non parla con un avvocato, con i carabinieri, non registra conversazioni dalle quali può trasparire che è lui l’uomo che ha offerto dei soldi. E in quelle registrazioni perché i diretti interessati non hanno mai detto come ti permetti? Sei tu che ci hai fatto certe offerte? Chi ha mai parlato di soldi?”. Infine per la Sico di fondamentale importanza è la figura di Romano. “Tutti i cittadini di Brusciano sanno che se vogliono vedere andare avanti una loro pratica devono pagare il sindaco”, conclude la Sico, “e tutti sanno che possono avere delle ritorsioni dallo stesso primo cittadino. Ha un forte carattere, sa di incutere soggezione nelle persone. Non è un caso se alcuni testi hanno riferito di essere stati ‘consigliati’, da persone vicine a Romano, di rispondere soltanto alle domande e di non parlare troppo in aula. Lo stesso Papaccio ha mancato ad un’udienza per sentire cosa avrebbe detto prima di lui il sindaco”. Tutte considerazioni che hanno portato alla richiesta di oltre sei anni di carcere e cosa più grave per il sindaco, l’interdizione dai pubblici uffici perpetua che gli impedirà, una volta condannato, di ricoprire cariche elettive.

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