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Saviano. Alla base del blitz che ha portato in carcere 9 affiliati della Nuova alleanza nolana le dichiarazioni di una vittima

“Per il racket e le minacce ho chiuso il negozio”

lunedì 2 agosto 2010, di Gabriella Bellini


DA METROPOLIS DEL 1 AGOSTO
Saviano. La prima volta era andato da lui una persona che conosceva, si era avvicinato come un “amico” dicendo che c’era alcune persone del clan Russo che volevano dei soldi per aiutare i carcerati. Forse quel giorno il negoziante non immaginava che sarebbe incominciato un lungo calvario che si è concluso soltanto quando stanco e senza più prospettive ha capito che poteva fidarsi dei carabinieri, poteva fidarsi del comandante di Stazione di Saviano (il maresciallo Domenico Giannini), è andato da lui ed ha raccontato tutto quello che da mesi era stato costretto a subire. Ma i militari le loro indagini le avevano già avviate, era da tempo che gli uomini dell’Arma della Compagnia di Nola (diretti dal capitano Andrea Massari) avevano avviato un’attività serrata per capire come si stavano evolvendo le dinamiche criminali sul terr torio dopo l’arresto delle ex primule rosse Salvatore e Pasquale Russo e la nascita della Nuova Alleanza Nolana. Indagini che hanno avuto, certo, una veloce accelerata proprio grazie alla collaborazione di alcuni imprenditori e del negoziante di Saviano vittime degli estorsori che però si sono ribellate aiutando gli inquirenti.
Dopo quella prima visita, nell’ottobre del 2009, gli uomini del clan Russo prima, e della Nan poi si sono fatti vivi diverse volte in quella cartolibreria di Saviano. Inizialmente volevano 5mila euro, una somma che l’uomo non poteva pagare. E cominciarono le minacce.
“Ti spacco la testa, ti ammazzo”, gli hanno detto più volte e poi gli avevano fatto capire che avrebbero tirato dentro anche la sua famiglia, “Se non paghi non se la pigliano solo con te, ma anche con la tua famiglie e i tuoi figli”.
“Avevo deciso di suicidarmi”, ha raccontato l’uomo distrutto agli inquirenti, “era una situazione grave la mia e non riuscivo ad uscirne. Mi allontanai anche da casa per qualche giorno, certo di portare a termine il mio malsano intento. Per fortuna la mia famiglia mi è rimasta vicina e mi hanno fatto cambiare idea”. Dopo questo momento di sconforto l’amara decisione di dismettere l’attività e cedere quello che vi era all’interno del negozio a loro, con quello che ci avrebbe ricavato avrebbe pagato il “debito”, convinto che poi avrebbe ottenuto indietro la differenza. Paradossale e assurdo qualcosa gli hanno restituito: 190 euro.
Eppure l’uomo aveva già dato 2600 euro in ricariche telefoniche, ma il gruppo lo aveva “rimosso”.
“Mi dissero che tolta la cifra che gli dovevo mi avrebbero restituito la differenza della vendita”, spiega ancora il commerciante, “vennero da me e riempimmo un furgoncino di tutto quello che avevo nel negozio, mobili e sedie comprese, oltre alla merce. Mi dissero che della vendita era rimasto soltanto 190 euro”. Eppure il materiale della cartoleria è stato stimato in almeno 18mila euro. Una perdita che ha provato il negoziante ancora una volta, dopo mesi, con l’aiuto del suocero è riuscito ad aprire una nuova attività commerciale, ma il suo incubo non era finito. Da lui si presentano , in periodi diversi, Salvatore Menna 37 anni di Casamarciano, Pompeo Napolitano 37 anni di Saviano, Francesco Tufano 25 anni di Piazzolla di Nola, Mario Siniscalchi 34 anni di Quindici, Nicola Pierro 41 anni di Saviano, i fratelli Salvatore e Maurizio Taglialatela , Aniello Calafato 30 anni di Saviano e Salvatore Mondello 55 anni di Caivano.
E gli dicono che adesso le cose sono cambiate che comandano loro, in particolare a comandare è proprio Salvatore Taglialatela e che quindi deve pagare 300 euro al mese e la percentuale sui videopoker presenti nella sala, ed in più le “macchinette” dovevano essere quelle di una ditta di Casoria che loro conoscevano. Una cifra che non l’uomo non poteva permettersi, disperato si è rivolto ai carabinieri ed ha trovato ad ascoltarlo militari preparati che con il loro sostegno e il lavoro d’indagine svolto hanno “liberato” il negoziante dalla prigione di ricatti e rischi in cui era finito, mettendo dietro le sbarre i responsabili di tanto dolore.

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