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San Giuseppe Vesuviano. Le reazioni degli amici del giovane accoltellato "mettete in galera quel bastardo"

martedì 19 ottobre 2010, di Giovanna Salvati


San Giuseppe Vesuviano . Una cittadina straziata dal dolore, incredula si stringe intorno alla famiglia di Giuseppe Pizza. Gli sguardi attoniti, occhi velati dalle lacrime e dalla sofferenza. Una famiglia che muore due volte:per la perdita del proprio figlio Giuseppe e perché non riesce a dare una valida spiegazione a tutto questo. “Come ci rassegneremo, ci hanno ucciso nostro fratello, perché, perché, bastardi”. Le grida di dolore delle sorelle di Giuseppe attraversano le mura della casa, squarciano i cuori dei presenti, di coloro che ieri si sono stretti intorno alla famiglia Pizza e tagliano in due una cittadina. Un andirivieni continuo e costante sino dalle prime ore del mattino, a pochi istanti della tragedia. Tanti gli amici, i parenti, i conoscenti, ma anche chi non conosceva Giuseppe ma che ha voluto abbracciare i familiari. Via Costantinopoli, qui abitava Giuseppe: sul vialone tante le automobili in sosta sui marciapiedi,tutti li per sostenere la famiglia. All’esterno della casa e sulle scale gli amici: in viso il dolore ma anche la rabbia. “Abito a cento metri da qua ma lo conoscevo – spiega un residente della zona - la mattina lo vedevo uscire, si fermava sempre al bar sotto casa mia e qualche volta avevo scambiato qualche parola con lui, un bravo ragazzo, che morte assurda”. Ben diverso invece il commento dei suoi amici “Buttate in galera quel bastardo – urla Enrico - deve morire, merita di fare la stessa fine, mandatelo presto in galera prima che lo troviamo noi”. Una morte difficile da accettare, increduli e senza parole le cugine del giovane Giuseppe “ non può essere vero, non ci crediamo, abbiamo appreso la notizia questa mattina dalla televisione e poi la conferma dai nostri zii, non può essere vero, non può essere morto Giuseppe, lui che non faceva male nemmeno ad un gatto”. Giuseppe era un ragazzo come tanti: appena 28 anni, il suo sorriso e la sua vitalità sono i segni tangibili di un ragazzo che non vedeva l’ora di diventare grande. Non aveva trovato, da quando si era diplomato, un lavoro, ma senza mai demordere si era accontentato di qualche lavoretto saltuario, stagionale. Indispensabile per cavarsela da solo, perché non voleva gravare ulteriormente sulle spalle dei suoi genitori. Un ragazzo come pochi, senza grilli per la testa, sempre educato e disponibile. Le sue serate le trascorreva con la sua famiglia e le sue sorelle, “le sue donne” quelle che amava più di se stesso, la madre e le sorelle, guai a chi gliele toccava, e quelle stesse ora che con le mani al volto lo piangono disperate. “Proprio ieri mattina era venuto a comprare il giornale – racconta l’edicolante sotto casa – avevamo fatto insieme i pronostici della partita Napoli Catania, gli piaceva il calcio e spesso andava anche allo stadio a vedere le partite”. Il ricordo di Giuseppe è ormai scolpito nella mente di chi lo frequentava cosi per caso e lo ricorda come “un ragazzo a modo, educato, tranquillo, non avrebbe mai reagito alla lite, non è possibile che ce l’abbiamo ucciso, forse si era opposto a qualcosa”. Ma il vero culmine arriva quando il padre di Giuseppe, impiegato all’ufficio anagrafe del comune, e la mamma Paola guardano nel vuoto e urlano il nome del loro “tesoro”. “Come farò senza di lui, - piange il padre Giovanni e borbotta - una telefonata in piena notte, l’ho visto in una pozza di sangue, le macchine dei carabinieri, a terra, da solo morto, lui da solo, non credevo fosse mio figlio”. E ancora le lacrime delle sorelle e le urla della madre che squarciano il silenzio di quella casa dove Giuseppe non metterà più piede. Tanti gli amici, i conoscenti, i colleghi del padre e le sue migliori amiche. I suoi compagni di calcio e quelli che erano stati qualche ora prima con lui. “lo avevamo salutato ma non sapevamo che quella sarebbe stata l’ultima volta”.

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