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Ottaviano. Palazzi degradati e dimenticati, crepe post terremoto. Il silenzio delle istituzioni e le paure dei residenti

La testimonianza della signora Giuseppina "è cosa vecchia, a nessuno interessa, siamo abbandonati"

martedì 23 novembre 2010, di Giovanna Salvati


Ottaviano. Si pensa ad evitare la tragedia. E’ lontano il giorno della rinascita, della ricostruzione, eppure la rassegnazione mista alla speranza è il sentimento comune che si respira. Il ricordo del terremoto è cosi lontano eppure a guardare alcuni degli edifici nella cittadina di Ottaviano, non sembra passato. In alcuni angoli del paese il ricordo è attuale, vivo e pulsa più forte di quegli istanti vissuti durante le scosse, cosi brevi ma indelebili che macchiarono di sangue la nostra terra. E ad Ottaviano il tempo trascorso non ha cancellato né il ricordo umano né quello materiale. Case abbandonate da oltre venti anni, stabili dimenticati, atmosfere di un passato perduto, vittime del degrado ma soprattutto dell’indifferenza delle amministrazioni che tra carenze economiche per casse comunali sempre più esigue, e indifferenza per quella che un giorno si potrebbe trasformare in tragedia, vedono uniche vittime di un sistema, i residenti delle zone in questione. Alcuni i cespiti pericolanti aprono la lista, di quello che purtroppo nel giro di qualche anno potrebbe diventare un bilancio negativo. A fare da cavallo di battaglia è un’abitazione di via Salita Piazza Annunziata, uno dei vicoli storici della cittadina, anticamente tappa inviolabile della processione del santo patrono dove a sfilare erano le sette congreghe locali. Ma il ricordo è ormai sfumato. E in quel tratto solo silenzio e divieto di transito. La strada è interrotta perché inagibile: pericolo crollo. E a guardarla come dargli torto. Un mostro di edificio, un impalcatura di ferro, probabilmente concessa e addirittura fissata alle mura ormai fatiscenti, senza autorizzazione, ormai in ruggine completamente ingessata che fa da sostegno a due abitazioni. E’ lei la padrona della strada, ma anche l’emblema della vergogna. Piena di crepe, e calcinacci, circondata da fili di corrente scoperti, la costruzione in parte disabitata è finita nel completo dimenticatoio. I proprietari non hanno mai espresso la volontà di intervenire e cosi da pericolante è diventata un vero e proprio rischio per l’incolumità di chi vi abita a meno di qualche centimetro. Una parete condivisa con la signora Molaro Giuseppina che ormai cerca di sdrammatizzare dopo tante battaglie “abbiamo fatto denunce su denunce, sopralluoghi di tecnici del comune, ma nulla. Non crolla perché è la mia casa che gli fa da pilastro, ma fino a quando potrà reggere”. La signora Molaro, ottantenne non ha paura per lei ma per i suoi e gli altri nipoti del quartiere, ma la sua è una voce in mezzo ad un deserto “è cosa vecchia, è vecchia che ormai non ci pensano e chissà un giorno chi ci morirà sotto questa struttura”. Le amministrazioni comunali si sono più volte impegnate, anche attraverso le vie legali, ma nulla. Tutto sfumato perché? Ma questa non è l’unica struttura fatiscente che ricorda il terremoto e fa tremare. Nel Rione Maveta una vecchia masseria di proprietà privata, porta i segni altrettanti visibili del terremoto, crepe un po’ sparse ovunque e le porte completamente serrate. Ma come se non bastasse per rimanere al centro del paese, anche in Piazza San Michele un’altra casa è testimone di quel terremoto. Ma al contrario delle altre disabitate, qui qualcuno ci abita: topi. Nessuna speranza? “La soluzione ci sarebbe – spiega il consigliere dell’Udc Biagio Simonetti - l’amministrazione dovrebbe stabilire una somma in bilancio, che non sarebbe nemmeno cosi alta,procedere per i lavori e messa in sicurezza del danno e poi rivalersi sui proprietari, ma come vede non vi è alcuna volontà o competenza per risolvere la questione”. Ma il primo cittadino Mario Iervolino non batte ciglio e chiude la porta quando gli viene chiesto una dichiarazione. Continua l’indifferenza, l’esecutivo finisce nuovamente sotto accusa e la speranza è che non ci scappi il morto.

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