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Somma Vesuviana, sequestrato il pozzo abusivo dove sono morti i due operai

venerdì 4 novembre 2011, di La redazione


Somma Vesuviana. Solo l’autopsia potrà chiarire i motivi per cui Alfonso Peluso prima ed Antonio Annunziata poi non sono usciti vivi dalla buca che stavano scavando in una traversa di via Pizzone Cassante. Solo l’esame autoptico, disposto dal pm della Procura della Repubblica di Nola che segue l’indagine,Simona Cangiano, potrà infatti decretare se i due malcapitati siano morti per le esalazioni emesse da quella tomba profonda dieci metri e larga un metro e mezzo oppure per una “semplice” assenza d’aria. A tal proposito ieri mattina Arpac, Asl e carabinieri hanno effettuato una serie di controlli sulla scena dell’incidente per offrire ulteriore materiale alla Cangiano. Ai controlli sono seguiti i sigilli per la buca, che doveva servire da pozzo per la raccolta di acque piovane, e per l’intero vialetto nel quale i due operai stavano effettuando i lavori. Questo ultimo atto è legato al fatto che la striscia di bitume che collega le tre palazzine affacciate sul luogo della tragedia e via Pizzone Cassante è risultata totalmente abusiva. Un abuso commesso in una zona agricola della periferia sommese. Uno dei tanti che stritolano i territori all’ombra del Vesuvio. Confermata intanto la versione della morte dei due uomini. Alfonso Peluso, la prima vittima, stava scavando quando improvvisamente non ha dato più segnali della sua presenza nella buca. A quel punto sarebbe intervenuto Antonio Annunziata che non avrebbe mai immaginato che quel fosso si sarebbe trasformato in una macabra tomba. In mezzo il tentativo di dissuasione dei primi abitanti del posto che hanno cercato in ogni modo di dissuadere l’uomo dal commettere atti “eroici”. “E’ vero- conferma Maria, una delle prime donne intervenute sul luogo- abbiamo cercato in ogni modo di dissuaderlo, di chiamare i pompieri. Ma non c’è stato verso. E’ voluto scendere”. Troppo forte il legame tra Alfonso ed Antonio. I due, lontani parenti, condividevano uno stretto rapporto d’amicizia cementificato dalla disgrazia di essere lavoratori saltuari ed in nero. “Pozzisti” si chiamano in gergo quelli che scendono sotto i nostri piedi per scavare buche sotto le strade. Il lavoro è durissimo, scendi sotto ed improvvisamente scompare la calda luce del sole. All’odore della vita fa da contraltare il puzzo sordo del terriccio umido che si aggrappa alle narici del naso. Le buche poi hanno una loro precisa funzione. Servono ad intrappolare i fiumi di acqua che, in caso di temporali, si accaniscono contro tutto ciò che trovano sul loro corso. Ed in questo caso, sul loro corso, c’erano tre palazzine e diverse famiglie. Tanto che le persone del posto raccontano dei periodici allagamenti quando piove. Questo perché, a prima vista, le case sorgono in dislivello con il ciglio della strada principale. A ciò va aggiunto l’assenza di fogne. Una miscela di incuria e di sfida alla natura che ha portato le due vittime a scavarsi la fossa. A commissionarla la proprietaria di una delle palazzine che non vivrebbe nel luogo della tragedia. Non è ancora chiaro se risulti denunciata anche perché il Tribunale di Nola sta facendo i rilievi del caso. Certo è però che per quella fossa non c’era alcun tipo i permesso. Né il Durc (documento unico di regolarità contributiva), né tantomeno alcuna licenza emessa dal comune di Somma Vesuviana. Tutto abusivo, tutto in nero. Il segretario della Fillea Napoli, Ciro Nappo ha denunciato che "da nostre verifiche, Antonio Annunziata e Alfonso Peluso, i due operai morti ieri a Somma Vesuviana, non risultano dichiarati alla Cassa Edile, lavoravano al nero". Il nero del lutto delle due famiglie delle vittime. Antonio Annunziata viveva in via Lucci, strada della periferia ottavianese. Il 63enne si è lasciato dietro una moglie e cinque figli. Alfonso Peluso invece di anni ne aveva 44 e nella casa di via Ammirati, arteria del popoloso quartiere di San Gennarello di Ottaviano lascia una vedova e due figli. Di entrambi si sa ben poco se non il fatto che fossero due lavoratori dediti ai propri cari. Che ora piange come le famiglie dei 115 esseri umani che dall’inizio dell’anno hanno trovato la propria morte sul luogo di lavoro. Un esercito silenzioso elevato nel tempo a mero ed effimero dato statistico. Solo così si può spiegare il motivo per il quale Alfonso ed Antonio abbiano lasciato le loro vite in una buca profonda dieci metri in una mite giornata di novembre.

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