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Riflessioni sul nuovo Puc a Marigliano, "C’era una volta la città"

mercoledì 2 novembre 2011


Dall’architetto Claudio Bozzaotra riceviamo una riflessione sul nuovo Piano Urbanistico di Marigliano che volentieri pubblichiamo per dare il via ad un dibattito sul provvedimento.

C’era una volta la città
Claudio Bozzaotra

Con Delibera di G.M. n° 94, del 22 settembre 2011, l’Amministrazione Comunale di Marigliano ha adottato il Piano Urbanistico Comunale, strumento che prossimamente verrà discusso ed adottato in Consiglio Comunale. Molte, come al solito, sono le lamentele che si registrano in giro tra la gente ed i “potentati” non di turno che accusano disparità nelle scelte, così come tante le argomentazioni sostenute dai tecnici addetti ai lavori.
Quello che mi sembra però di sollevare è che in nessuna delle tesi venga posto il tema della progettualità; di quale sia il progetto di e per la città.
L’urbanistica, dopo tutto, è quella disciplina che ha come scopo la progettazione dello spazio urbanizzato e la pianificazione organica delle sue modificazioni su tutto il territorio, compreso quello scarsamente urbanizzato; ha quindi il compito di proiettare, il luogo dove si attua quel progetto, verso un relativo, forse non immediato futuro, ma sicuramente condizionando e regolamentando le scelte da farsi volta per volta.
Ora, nell’esaminare quanto approvato, non mi sembra di notare un intento proiettivo delle scelte; sembra invece di notare che, con la scusa di far sì che tutti possano realizzare qualcosa (e il basso indice di fabbricabilità ne è la prova), si continui ad immaginare la città come luogo di edificazione e basta, come, nel caso di casa propria, si pensasse più a riempirla anziché arredarla.
Ho letto di idee progettuali puntuali sostenute da qualcuno in nome di una maggiore vivibilità della città, ma credo non sia quello il bisogno primario, una città ha bisogno più di “contenuti” che di “contenitori”, c’è bisogno di un progetto strutturale (guarda caso ciò di cui si parla abbia bisogno il nostro paese Italia) che metta a posto ciò che abbiamo ereditato in modo disorganico da un passato infelice fatto di abusivismo e scelte non adeguatamente controllate o regolamentate. A beneficiare delle scelte urbanistiche non dovrebbe essere il singolo cittadino, ma la comunità intera, e quindi propedeutico a qualsiasi altra scelta, vi è quello di dare ordine a ciò che “abbiamo” per poi meglio individuare le direttrici delle scelte. Porsi, ad esempio, la questione dei limiti urbani, della loro omogeneità, del loro continuum, credo sia molto più importante, ma certamente porrebbe il problema del beneficio a favore di chi magari ha già “avuto” in passato a dispetto di chi vorrebbe esserlo.
Tra l’altro, credo sia errato porsi nei confronti della città in modo “romantico”, pensando a come era un tempo, dopo tutto mi pare che il lamento fosse di uguale misura attraverso le generazioni, non dimenticando il fine sociale di scelte, benché giuste, ma inevitabilmente impopolari, miranti ad un ordine morale e visivo tutto proiettato verso una maggiore qualità della vita. Una qualità che può migliorare qualora la città trovi continuità nei postulati stessi che la compongono, che non viva il falso mito della casa isolata che inevitabilmente spezza il lento “andare”, il potenziale flâneur, confortato dallo sguardo curioso dato dalla teoria di negozi e servizi che accompagnano il suo cammino, cosa certamente non agevolato dai superbi muri di cinta che allontanano dalla strada possibili locali commerciali nell’immediato circondario del centro urbano. Credo sia proprio questo il successo, per quanto artificiale, dei centri commerciali. Quello di riproporre, alla comodità del chiuso, il passeggiare gettando l’occhio attraverso le vetrine dei negozi, una condizione artificiale diventata tanto reale da essere diventata la “vista” di riferimento dei luoghi-servizio che si affacciano su di esso (ad esempio al vulcano buono la vista è data verso l’interno del contenitore invece che verso il paesaggio esterno). Forse gli stessi outlet, che stanno proliferando nel nostro paese, non hanno assunto da sempre un aspetto, per quanto surreale, di città? Non hanno persino riproposto ed ottenuto, grazie al costante flusso di gente abitudinaria, quella centralità di rapporti che era propria dell’agorà cittadina?
Ecco, quindi, credo che il primo problema che un piano debba affrontare sia quello di determinare, attraverso le scelte, quella continuità del nucleo urbano secondo direttrici e comparti con indici e tipologie diversi tra loro proprio come è previsto dal progetto di una città, e non alimentare un “riempimento” del proprio territorio in modo puntuale, minimo, distaccato, spesso anonimo o addirittura eccentrico perché “isolato” ha l’esigenza di apparire. Un modus facendi che porta la città ad essere sempre più anonima quando, poi, anche a seguito, spesso, di regolamenti incomprensibilmente restrittivi su scelte formali, non è assicurata la varietà tipologica. Altro problema, avendo, sebbene a contratto, insegnato Caratteri tipologici e morfologici dell’architettura presso i laboratori di progettazione della facoltà di architettura, mi sembra quello della mancanza di diversità tipologica (forse certamente più commerciale) che si denota in quanto si costruisce anche per fini speculativi, contribuendo ancor più a quella condizione spaesamento anonimo che regna nelle nostre città e in special modo quando, come è ormai di consuetudine, il buon vivere si propone sotto forma di “parco chiuso”, amplificando la propria condizione di isolamento: in divenire, vera condizione zoomorfa. Una monotonia tipologica e morfologica, dovuta spesso, come dicevo, da improbabili regolamenti edilizi che con regole e leggi, a volte non propri dell’architettura, hanno difatti annientato la tipologia a corte, la copertura a volta, la falsa facciata, la poetica della stanza a cielo aperto, e chi più ne ha più ne metta, in nome di una fantomatico controllo alle possibili intenzioni di appropriazione di spazi non leciti, ma che, invece la cui assenza, contribuiscono all’imbarbarimento dell’identità abitativa, che sarebbe poi alla base del buon vivere e quindi della qualità della vita.
Per me, la diversità applicata alla costruzione per me è essenzialmente questo: un momento che disloca le certezze, mostra le presupposizioni date per scontate, mette in dubbio quello che appare sicuro, constatato che una riflessione filosofica sulla bellezza, nel caso della città naturale o artificiale che fosse, suscita interesse, fa discutere, perché mentre siamo tutti convinti che si debba difendere il paesaggio nella sua differenza/relazione con l’ambiente, è poi molto meno chiaro come lo si debba pensare, e come in generale si debba pensare l’esperienza estetica che compiamo.
Il rischio, dato da un modo convenzionale, affidato ai soli “numeri”, di affidare la crescita urbana ad un piano come quello proposto, è quello di determinare un fenomeno di espansione e contrazione in modo incontrollato e provvisorio, impedendo a chi ci vive di identificarsi. Si tratta di indirizzarci verso una di quelle città generiche, senza disegno riconoscibile, ma che per assurdo trasmettono un modello di vita stressante che dilaga anche fuori da queste.
“Tutto ciò cozza enormemente con l’essenza dell’architettura”, dice Gregotti, “una scienza che nasce con l’intento di lasciare segni che sopravvivano nel tempo”.

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