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Editoriale

Storie di un mondo che è tutto il mondo

a cura di Fabio Merone

giovedì 5 luglio 2007, di micdavino


TUNISI. Ogni mondo è paese. Basma si agita con il suo corpo formoso, occhiali scuri da vamp, stile sportivo. Da’ poca confidenza per guadagnare confidenza. La padrona la ama, i colleghi la detestano. Per guadagnarsi da vivere ci si gioca la dignità ed il cervello.

Un operaio semplice in Tunisia guadagna 170 euro al mese, uno specializzato 400. Un professore universitario 700. La grande manna della Tunisia sono le imprese straniere off-shore, detassate e coccolate. L’Italia insieme alla Francia, fa la parte del leone. Nabil è l’ultimo arrivato. 24 anni, fresco di studi, tanta volontà e poca conoscenza del mondo. Non regge lo stress, dice. Non sopporterebbe che un giorno quelle grida stridule si rivolgano proprio a lui. Eppure toccano a tutti, lui lo sa, che un giorno sarà il suo turno. Vorrebbe scongiurarlo a tutti i costi. E’ diventato un automa, poverino. Non risponde più di se stesso. Ha il riflesso condizionato. Oggi è arrivato all’assurdo. Nell’ora di pausa ha mangiato in fretta ed è tornato a lavorare. Non ha ancora un suo compito fisso, perciò è tornato in ufficio e basta. Sta impazzendo. Quando si è accorto che stava da solo, mi ha chiamato al telefono e mi ha raggiunto al caffé. La zona industriale di Rades è alle spalle del porto, di fatto sostiene il porto con i suoi magazzini doganali. Ce ne sono uno dopo l’altro. Durante il giorno e la notte è un via vai disordinato di semirimorchi e containers. I camionisti sono i veri protagonisti del porto. Insieme a loro gli agenti portuali, quelli che solo hanno l’autorizzazione di entrare e uscire dalla zona portuale. Li ho sempre invidiati. Noi le navi non le vediamo mai, qualche volta me ne vado da solo, in cima alla costa, per vederle da lontano. I porta containers sono i più possenti. Incutono rispetto, sono i veri protagonisti del trasporto. Non si fermano mai, non temono intemperie nè capitanerie di porto. Tutti li ossequiano. Le gru sono le loro compagne. Le si vedono da lontano accostarglisi in banchina. Sono le uniche a cui è permesso avvicinarsi. Da lontano le si vedono muoversi lentamente. Agganciano con audacia i container, li fanno ballare in cielo e poi le appoggiano con accortenza. Il mio agente portuale preferito si chiama Ahmed, pelle scura e faccia da bravo ragazzo. Ha più di 30 anni, ma non è ancora sposato. Non per scelta, mi ha detto un giorno. E’ l’unico che è contento quando gli si rivolge una domanda. Il suo sguardo timido non riesce a nascondere il compiacimento, una sottile gioia. Si sente portatore dei segreti del porto, dal manovale al doganiere al camionista, ne conosce tutti i dettagli. Molti dei nostri cosiddetti responsabili ne sanno meno di lui, nonostante molti stipendi in più. E’ questa la vita, lo sa Ahmed, e lo so anch’io che vorrei fargli tante domande. Anche questa sera è giunto il tramonto, possiamo tornare a casa. Insieme con me salgono in macchina Moune e Khira. La solita stanchezza, la solita insoddisfazione. Moune sogna un uomo che la faccia stare a casa, che porti lo stipendio a casa e lei ad occuparsi della figlia. Purtroppo è stata sfortunata, perchè a casa è lei quella che porta lo stipendio più grande. Chissà cosa ne pensa suo marito Khira un marito ancora non lo ha trovato, non sembra molto contenta della vita. Le settimane trascorrono tra la frustrazione di un lavoro poco gratificante ed una vita personale povera di avvenimenti. Il nostro viaggio di ritorno dal lavoro verso casa si trasforma in una terapia ambulante. Dopo che ci siamo detti tutto della giornata di lavoro, qualche volta parliamo di politica e di società. Ma mentre aspettiamo la fila di macchine in attesa di traghettarsi sull’altra sponda del lago di Tunisi, io penso che in fondo sono fortunato. Ogni giorno, di ritorno al lavoro, lo spettacolo della natura si realizza sotto i miei occhi, al ritmo di una nave che va ed un’altra che viene.

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