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Torre Annunziata. Chiude Capo Oncino: l’ultima cala storica della città / Dossier

mercoledì 13 giugno 2012, di Giovanna Salvati


Osservare la propria città quando vi si vive da anni può diventare solo un semplice vedere, fissare e restare indifferenti alle emozioni ormai trasformatisi in abitudini. Ma per chi lo guarda per la prima volta, invece, non ci sono solo emozioni e sensazioni dettate da un panorama mozzafiato, ma anche la rabbia di chi, nel corso degli anni, non ha saputo valorizzare e promuovere le sue eccezionali qualità. Dalla calata di Capo Oncino, che si raggiunge attraverso una vecchia scalinata di via Gambardella, il tempo sembra essersi fermato, ma poi il rumore di un trivello, in un secondo cancella la storia e soprattutto fa scattare la rabbia dei cittadini che non vogliono che quello scorcio venga rinchiuso in una gabbia. Sono da poco passate le 9,00 quando alcuni operai, incaricati dall’ufficio tecnico del comune di Torre Annunziata, su indicazione dell’ingegnere D’Amico, arrivano sui gradoni che conducono allo spacco di paradiso. “Dobbiamo mettere questo cancello perché il muro può cedere da un momento all’altro, l’area è pericolosa e non si può scendere alla cala”. Questo rispondo i due operai ai residenti, e così iniziano i lavori. Ma non riescono nemmeno a completare l’opera che scatta la protesta. Un gruppo di residenti, e i rappresentanti dell’Unicos chiedono la rimozione immediata di quel cancello. “Non si può vietare ad un patrimonio pubblico, di tutti i cittadini, di essere rinchiuso”. E’ la voce di Carlo Carotenuto che non accenna a fermare la sua rabbia. Difende il suo territorio e prima di tutto difende il patrimonio di tutti i torresi “Devono mettere giù le mani dal nostro paradiso, montano un cancello per vietare a chiunque voglia accedere all’area su un muro che poi loro stessi giudicano pericoloso? Non possono farlo e noi ci opporremo. Questo e’ patrimonio pubblico”. Il rancore è tanto e ancora di più quello di chi in quel posto ci è nato e ci vive “sono cinquant’anni che veniamo qua giù, ripuliamo noi la spiaggia e gli scogli, cerchiamo di mantenerla pulita in ogni modo e tutelarla, perché a questo territorio ci teniamo, e poi, dalla mattina alla sera ci chiudono senza alcuna reale motivazione il passaggio”. E’ un appello unisono quello che parte da Capo Oncino “giù le mani dal nostro mare”. “Resteremo qui in un presidio ad oltranza” e siedono sulle scale con le mani sul volto. Si disperano perché in quel paradiso loro hanno trascorso un’ intera vita e non possono farne a meno “questa cala è anche l’unica opportunità che tanti cittadini hanno per andare a mare, non tutti hanno la possibilità di permettersi i lidi”. Ma le cose cambiano, e spesso drasticamente, e quel cancello sembra essere pronto per riessere ricollocato. Da quanto fanno sapere ,infatti, da Palazzo Criscuolo quel cancello è obbligatorio per mettere in sicurezza l’area, dopo il crollo di una parte del costone lo scorso anno “ma i pericli sono dettati da muri – ribatte Carlo Carotenuto – di proprietà privata, devono farli mettere in sicurezza dai loro proprietari, non chiudere un’intera area. E’ tutto assurdo”. È un paesaggio da salvare, un patrimonio a rischio, questa è la verità, ma dove le azioni sembrano tutte cozzare l’una con l’atro. “Vogliono mettere un cancello per la sicurezza di chi? Pensassero a controllare che tutto il tratto è tempestato di siringhe, la sera dovrebbero impiegare carabinieri e vigilantes, qui si vengono a drogare, almeno di giorno riusciamo ad evitare che diventi covo di balordi, ma quando poi sarà chiusa?”.

IL CASO: “Pranzammo a Torre Annunziata con la tavola disposta proprio in riva al mare. Tutti coloro erano felici d’abitare in quei luoghi,alcuni affermavano che senza la vista del mare sarebbe impossibile vivere. A me basta che quell’immagine rimanga nel mio spirito.” E’ Goethe che il 13 marzo 1787, nel suo testo ‘Viaggio in Italia’ descriveva la sua breve permanenza a Torre Annunziata. In silenzio, oggi, dopo circa trecento anni, dinnanzi a quella vista mare ci sono alcuni pescatori. Con la loro barca arrivano a Capo Oncino. Buttano l’amo e aspettano. Passeranno diverse ore prima che qualche pesce possa abboccare. Ma nel frattempo, alle sue spalle, la quotidianità si fa sentire prima del pescato. I pescatori lo sanno e cercano di allontanarsi il più possibile. Restano distanti kilometri e su quella spiaggia, ripulita da qualche giorno da alcuni volontari, vogliono solo godersi un po’ di sole e silenzio, e quel panorama che a cercarlo, simile non si trova. Eppure anche qui, nel piccolo paradiso torrese, lontano da occhi indiscreti, gli scarichi versano a mare l’impossibile. Melma della città, residui di fogne che non esistono, scarichi chissà di chi, e soprattutto chissà di cosa. C’è chi dice che le abitazioni, e le strutture limitrofe scaricano abusivamente a mare. “Scaricano da tempo, sono loro che stanno uccidendo il nostro mare, e nessuno interviene”. Mentre c’è chi lavora e professa la conclusione dei lavori del collettore per l’allacciamento al depuratore, a Capo Oncino, chissà perché nulla è cambiato. Quello che esce da quello scarico ha dell’incredibile. “Ci sono delle abitazioni vicine, perché non vanno a controllare chi ha l’allaccio e scarica al mare?”. E’ la provocazione diventa presto una richiesta di aiuto ed un appello alle istituzioni. Lo scarico di Capo Oncino scorre nel frattempo lento. Un siero tossico. Una flebo di veleno che scorre nelle viscere della terra sino ad arrivare a quel mare che ormai sembra aver perso le speranze di ritornare ad essere balneabile. Lo scarico di Capo Oncino offende senza dubbio la dignità cittadina, e mette al banco l’ opportunità di rendere quella insenatura balneabile. “Ora si parla di un cancello – spiega Carlo Carotenuto dall’’Usicons – per una sicurezza e lo scorso anno non vi era il problema della sicurezza? E lo scarico a mare non è sicurezza?”.L’unica certezza resta nella consapevolezza che scorci come quelli di Capo Oncino o come quello dello Scoglio di Rovigliano, trascurati e deturpati del loro valore paesaggistico e storico, in altre zone d’Italia avrebbero la meritata attenzione, ma che invece a Torre Annunziata diventano paradisi dimenticati e opportunità di pochi che con i denti e le unghie sono pronti a difendere la loro terra.

GLI ABUSI: Una villa, una serie di balconi sporgenti su un patrimonio demaniale marittimo, un muro di cemento e una serie di abusi che risultano essere delle concessioni forse solo “straordinarie”. Eppure da via Gambardella sino a Capo Oncino di cose strane se ne vedono. Il cartello annuncia “attenzione area interdetta pericolo di crollo”. Solo alle spalle di questo, altra segnaletica, completamente in ruggine avverte “divieto di balneazione”. Eppure i ventuno scaloni vengono rapidamente percorsi da giovani e qualche anziano che sorvola il cartello e si concede qualche ora di relax dinnanzi ad un paradiso quasi surreale. Davanti ai propri occhi una squarcio di costa spettacolare, ma alle sue spalle cemento che violenta un paesaggio simile. “Hanno costruito case e ville – spiegano – senza che nessuno gli dicesse nulla, ci sono muri di cemento che prima non c’erano ma che poi sono apparsi improvvisamente, c’è chi addirittura dalla propria casa voleva costruire un’ascensore per scendere a mare, ma quale mare, che questo è di tutti”. “C’è chi poi si è fatto la discesa a mare privata, un cancello e allestito un parcheggio su patrimonio demaniale marittimo, ma chi li ha autorizzati?”. Colate di cemento, case a picco sul mare ma che per legge rappresentano un reale abuso. Secondo infatti il codice che regolamenta le concessioni su un patrimonio del demanio marittimo sull’area in questione non ci possono essere reali “sporgenze”. Eppure a Capo Oncino le abitazioni sporgono su mare, hanno abusato forse, negli anni passati, di troppo ma che oggi vedono puntato il dito di chi è stanco di subire “chiudono Capo Oncino con un cancello e allora abbattessero anche questi scempi, vergognatevi voi che avete permesso tutto questo”.

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