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Il libro è un quadro poliedrico

“I figli dei giorni” di Eduardo Galeano

L’idea stessa che i giorni passati rinascano in quelli presenti, non è molto congeniale alla cultura occidentale per la quale il tempo è lineare, sempre uguale a se stesso ma senza mai ripetersi. Un giorno passato è il passato.

martedì 9 ottobre 2012, di Comunicato Stampa


Eppure Eduardo Galeano ne fa la base del suo ultimo libro riprendendo una concezione Maya del tempo secondo la quale ogni giorno è un dio, da studiare ed onorare in ogni suo istante, e che si ripete con una periodicità di ventimila anni.

Non a caso le più precise misurazioni del tempo astronomico mai effettuate dagli uomini, sono un merito di questo popolo la cui cultura, inferiore e barbara secondo i conquistadores, fu da questi combattuta e distrutta. Anche per questo motivo Galeano la riprende già dal titolo indicando da subito al lettore chi sia il vero soggetto del suo libro.

In realtà, i soggetti sono molteplici, quasi uno al giorno. Sono uomini, donne (moltissime ed a ragione), popoli ed avvenimenti che hanno due cose in comune: l’essere normalmente dei vinti della storia (ed i vinti si sa, non hanno storia) ed essere misconosciuti o poco noti anche ad un pubblico avvezzo ad andare oltre il raccontato quotidiano dei vincitori.
Vengono così narrate storie, piccoli episodi, biografie di uomini e donne dimenticate o, il più delle volte, volutamente rimossi dalla cultura dei vincitori.

Storie di insegnanti che imparano dai loro alunni prima di insegnare a leggere e scrivere a quegli stessi contadini ed operai analfabeti dai quali hanno imparato, rivolte di uomini che si oppongono come possono allo strapotere dello schiavismo, del commercio internazionale, agli interventi della Banca Mondiale, alle guerre preventive ma poi neanche tanto, che mantengono le tradizioni pagane ancora oggi sotto forme diverse per non essere massacrati dall’Inquisizione come è avvenuto per secoli, storie straordinarie di ribellione di donne per l’affermazione della loro personalità ed identità, che comandano eserciti e tengono testa ad uomini e generali avversi, poeti dimenticati e uomini famosi raccontati per episodi significativi, spesso di rottura, con il potere del loro tempo.

Il libro è un quadro poliedrico, scritto da Galeano con la maestria di sempre, nel quale si ritrovano tutti i colori del mondo in un racconto spesso sorprendente nel quale ad ognuno dei vinti viene restituita una dignità storica che, il più delle volte, non hanno mai avuto. Una dignità che invece gli è costata una vita dura, difficile, spesso la morte, il carcere e la tortura.

Un mondo dei vinti che vinti non sono perché è proprio dai giorni passati che rinascono quelli presenti, perché i vinti di un momento sono quelli che indicano la via a quelli che ancora oggi si vedono smarriti in un mondo sempre più convulso e privo d’identità, avviluppato in una crisi che non è più un periodo transitorio ma direttamente ed inesorabilmente di un sistema economico giunto alla sua fine storica.

Quella stessa fine che molti di questi sconfitti avevano previsto e che è costata loro la sconfitta del momento.

Ci sovviene allora quanto sull’emblema stesso degli sconfitti di sempre, Don Chisciotte della Mancia, ha scritto Erri De Luca e cantato Francesco Guccini: Don Chisciotte non è uno sconfitto perché ad ogni battaglia persa risponde rialzandosi e riprendendo a combattere, contro ogni evidenza e contro tutte le ingiustizie che vede o immagina. In definitiva, Don Chisciotte è un invincibile.

Come il tempo, del resto, che cercano di fermare ma che sta segnando la fine dell’origine stessa della diseguaglianza, delle guerre e dello sfruttamento degli uomini e della natura dando ragione a chi ha combattuto da sempre contro queste brutture.

Perché il passato rinasce sempre nel presente. E gli sconfitti di sempre sono il solo futuro possibile.

Mauro Milani

foto del libro di Eduardo Galeano.

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