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Sant’Anastasia, "esiste un limite alla credibilità dell’orrore?". Intervista esclusiva a Piero Terracina, sopravvissuto alla Shoa

martedì 30 ottobre 2012, di Irma Molaro


"Esiste un limite alla credibilità dell’orrore?" Ne hanno parlato ieri i ragazzi dell’I.C.Sant’Anastasia 4, diretto da Angela De Falco, con Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz durante la seconda guerra mondiale. Una testimonianza quella dell’ospite, autentica, vera quanto straziante che diviene emblema dell’esigenza di ricordare, di fare memoria collettiva degli errori del passato per impedire che si ripetano a discapito questa volta delle minoranza di oggi in Italia e nel mondo.

Quali pensieri hanno scandito la sua permanenza ad Auschwitz?
Era importante vivere solo il momento che si stava vivendo, senza pensare a ciò che era stato e che sarebbe successo, né ai propri cari. La violenza era tanta e da questa bisognava difendersi. La cosa fondamentale era l’amicizia. Parlare con una persona con le tue stesse esperienza, esigenza e quindi che condivide i tuoi stessi pensieri. Il mio più caro amico fu Sami Modiano. La paura durava un momento, perché ogni momento era quello giusto per morire, ma lo sconforto andava superato cercando di riprendere la vita, magari cantando una canzone o raccontando una barzelletta. Dava nostalgia ma anche forza perché la risata ci faceva sentire ancora vivi.

Come ricorda il momento della liberazione?
Non c’era entusiasmo , eravamo completamente annullati, malati, privi della forza di camminare, alcuni strisciavano sul terreno facendosi forza sui gomiti: scheletri viventi di 28 kg. Pesavo 42 kg e stavo male, fui ricoverato nell’Unione Sovietica e lì ricominciai a vivere grazie alle amicizie e poi al primo amore. Un’infermiera russa che si prese cura di me ma che non ho sposato. Sono tornato nel ’95 a cercarla ma lei era morta pochi mesi prima. Dalla nostra storia è nato il film di R.Olla “una rosa sul filo spinato”.

Come ha superato l’inferno che ha vissuto? Come e dove ha trovato la forza di andare avanti dopo Auschwitz ?
Ad aiutarmi il calore degli amici che quando sono tornato a 17 anni mi sono stati vicini e non mi hanno lasciato mai da solo. Un aiuto mi è stato dato dalla Comunità ebraica in Romania. Mi fu data una piccola cifra di denaro, che a me sembrava esigua e mi fu detto di acquistare francobolli non timbrati da rivendere in Italia. Francobolli che ho, poi, venduto ad un filatelico che li stava cercando e mi resi conto così che valevano tantissimo (250 mila lire).
Il datore di lavoro di mia sorella mi venne a trovare e mi offrì un lavoro. Io gli risposi di non saper far nulla, di non aver mai lavorato prima e lui mi disse che avrei imparato e che per me un lavoro ci sarebbe sempre stato. Il 2 gennaio del 46, pochi giorni dopo essere tornato dal campo di sterminio, mi presentai al lavoro in questa azienda. Iniziai facendo i lavori più umili, però con una grande voglia di imparare e misi tutta la mia energia in quel lavoro. Mi era stato tolto lo studio e l’unica cosa che mi rimaneva era riuscire nel lavoro per riuscire nella vita.

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