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Gli orti urbani

di Roberto Ronchetti, Professore Emerito di Pediatria- Università “La Sapienza” di Roma, Presidente Sezione Medici per l’Ambiente- ISDE di Roma

lunedì 18 febbraio 2013


La crisi

Nonostante le previsioni rassicuranti di politici, economisti, sociologi ed esperti di varia natura la “Crisi” economico-finanziaria iniziata alcuni anni addietro appare sempre più invasiva, grave e di durata, inaspettatamente per molti, prolungata: anziché essere, come ci è stato detto, un quasi fisiologico e temporaneo squilibrio delle leggi di mercato che regolano a livello mondiale il benessere economico delle nazioni e dei cittadini, cresce il sospetto che la “crisi” sia, viceversa, un processo largamente irreversibile, legato su scala mondiale alla iperproduzione di merci non necessarie ed a contemporanea carenza o impoverimento progressivo delle riserve di materie prime. Su tutto questo incombe l’ombra minacciosa, o meglio la verità emergente, della speculazione finanziaria mondiale.

Senza entrare in difficili disquisizioni sulla cause , evoluzione e conseguenze della situazione economica che stiamo vivendo, non c’è dubbio che a causa della crisi ciascuno di noi tende a modificare il suo stile di vita ovviamente in funzione delle proprie condizioni economiche della propria cultura e della situazione logistica nella quale vive Il tratto comune di questi cambiamenti nello stile di vita è che in generale ciascuno tende a ridurre i propri consumi, rendendo con ciò sempre meno probabile quella “ripresa” che ci viene incessantemente promessa. Si può, oppure no, condividere la dottrina, propugnata da molti, della “decrescita felice”,secondo la quale un certo tipo di riduzione del “prodotto interno lordo” potrebbe non incidere significativamente sul benessere della popolazione: ma non c’è dubbio che se i cambiamenti di stile di vita venissero convogliati verso il mantenimento quantitativo e il miglioramento qualitativo dei “beni” essenziali per il benessere della comunità, la diminuzione, forse inevitabile, dei consumi potrebbe essere meglio tollerata e si potrebbe addirittura dare vita ad una economia alternativa in grado di compensare con un meccanismo virtuoso la riduzione di attività industriali non essenziali, forse inutili o ecologicamente negative.

La produzione di cibi

Un bene essenziale per il benessere della comunità e che riguarda tutti è certamente il cibo che deve essere disponibile non solo in quantità adeguata ma soprattutto essere qualitativamente ottimale. È un argomento delicato perché le restrizioni economiche possono portare molte persone a compiere scelte che peggiorano la sicurezza e la qualità di ciò che si mangia. Peraltro indurre la popolazione a dedicare attenzione ed energie alla produzione controllata e sicura di cibi può rappresentare un volano in grado di avere impatto positivo sulla creazione di posti di lavoro e sull’economia in generale. Intendiamo riferirci alle pratiche della “agricoltura biologica” e della “filiera corta”, ma soprattutto a quell’atteggiamento mentale che di queste pratiche è la premessa e cioè il sentire che ciascuno di noi deve intensamente occuparsi e fornire le proprie migliori energie per soddisfare i bisogni personali, principalmente quindi quelli connessi al proprio cibo. A livello di società questo tipo di comportamento individuale tende a produrre la richiesta, anzi la pretesa, che le Autorità Politiche mettano in atto una “politica alimentare” basata su interventi incentivanti e di controllo rivolti alla agricoltura. Tale azione delle autorità deve tenere nel massimo conto le conseguenze ecologiche e sulla salute delle pratiche agricole, ed a tal fine deve mettere in primo piano l’informazione e l’educazione dei cittadini .Le esigenze di tipo economico debbono trovare armonico equilibrio in questo contesto

Occorre quindi rilanciare un certo tipo di agricoltura che non si giovi di brevetti e non sia condotta per conto di terzi o di multinazionali. Ad esempio gli organismi geneticamente modificati (OGM) semplicemente non servono e vanno quindi esclusi dal nostro futuro alimentare. Occorre ripopolare le campagne e si potrebbe suggerire che i nostri giovani che hanno bisogno di lavorare debbano riappropriarsi di quel sapere antico che è ancora oggi nelle mani di pochi ma sta scomparendo. Non necessariamente questo compito di dare vita ad una nuova agricoltura deve essere affidato ai giovani: abbiamo nella nostra società un numero sterminato di persone ancora efficienti, escluse per limiti di età dal mondo produttivo, che ”si godono” la pensione, in realtà conducendo una vita sempre più inattiva ,spesso se non noiosa certo routinaria e priva di soddisfazioni. È proprio a questa categoria di persone anziane che principalmente va rivolto l’invito a dare il via alla ricostruzione dell’agricoltura nazionale.

Rilanciare una buona agricoltura

Queste semplici considerazioni che chiunque può trovare condivisibili incontrano, quando le si volesse trasformare in atti pratici volti a ritornare alla pratica di una sana agricoltura da parte di molti cittadini, formidabili ostacoli di natura pratica e soprattutto culturale. E’ nozione comune che la vita dell’ agricoltore deve necessariamente svolgersi in un ambiente ostile, poco salubre e certamente lontano per molti motivi dalle comodità a cui negli ultimi decenni siamo stati abituati nella vita cittadina. Ciò è vero per tutti ma in particolare per le persone anziane e con problemi di salute. Ma anche i giovani rifuggono dai sacrifici che le pratiche agricole notoriamente impongono. Ma non si tratta soltanto di questioni pratiche connesse alla prospettiva di una vita priva delle comodità abituali nella vita cittadina: c’è anche, ed è forse più importante, un problema di collocazione sociale che, pur senza basi razionali e per mere motivazioni psicologiche, rende praticamente inaccettabile e “degradante” per un comune abitante di città di divenire contadino, pastore, agricoltore,ecc.

Ci sono infine notevoli ostacoli cognitivi e psicologici a causa del fatto che un cittadino che volesse intraprendere un’attività agricola non sa quali spese dovrebbe affrontare, quali sono i guadagni o i raccolti cui potrebbe aspirare, quali le procedure l’impegno di energie e tutta una serie di conoscenze tecniche che gli sono assolutamente estranee e appaiano difficili da ottenere.

Di fronte a queste difficoltà che si oppongono al necessario rilancio di una sana agricoltura occorre immaginare una “soluzione ponte “che consenta a persone fondamentalmente prive di esperienza specifica di avviare una attività in campo agricolo con un limitato impegno economico e personale
L’orto urbano rappresenta in tal senso la soluzione più appropriata.

Gli orti urbani

Per orto urbano si intende un appezzamento di terreno, privato o meglio di proprietà comunale, destinato alla produzione di ortaggi per i bisogni dell’ ”ortista” e della sua famiglia. Deve essere evidente che stiamo parlando di una entità che è parte intima della tradizione di tutti i paesi a civiltà agricola. L’esistenza di un piccolo appezzamento di terra, vicino alla casa, dedicato alla alimentazione della famiglia, distinto dalla produzione agricola principale che si svolgeva nei campi, l’orto, principalmente affidato alle donne ed agli anziani è parte integrante della nostra storia europea. Si tratta quindi di riscoprire abitudini messe transitoriamente in ombra dalla tumultuosa urbanizzazione conseguente allo sviluppo di tipo industriale. Uno sguardo anche superficiale alla enorme letteratura esistente permette di cogliere che questa riscoperta dell’orto urbano, a livello delle comunità socialmente più evolute è oggetto di un vero e proprio entusiasmo, con iniziative e normative che configurano di certo un movimento culturale guidato dalle autorità locali e profondamente condiviso dalle popolazioni. Di fatto si può stimare che, a livello europeo, grandi quantità (milioni) di famiglie ed equivalenti porzioni di territorio urbano sono stati di recente implicati in questo tipo di iniziative. Ad esempio in Svizzera attualmente la superficie concessa in affitto dai comuni alle 71 associazioni affiliate alla “Federazione svizzera degli orti familiari“ è di 6 milioni e 400 mila metri quadrati, e le famiglie che coltivano un orto sono 26.800. In Italia esistono consolidate tradizioni e modernissime iniziative in tema di orti urbani: ad esempio su questo tema sono note iniziative delle autorità locali a Torino,Ancona,Modena,Firenze,Roma e innumerevoli altre: a Roma Un censimento del Comune hainizialmente individuato 65 zone di terreno (vecchi parchi abbandonati, giardini degradati e infestati dalle erbacce,..) adatte per gli orti ma successivamente sono state oltre 100 le aree verdi che sono state recuperate e messe a disposizione di chi ne faccia richiesta, cittadini o associazioni, per essere trasformate in orti urbani condivisi.
La costituzione e la diffusione di reti di orti urbani può consentire di raggiungere molteplici obiettivi di carattere assai generale e tanto più importanti quanto maggiore sarà la diffusione di questo tipo di attività nelle città Italiane ed Europee.
Il più immediato risultato della orticultura è quello di offrire a giovani, studenti, lavoratori o anziani un impiego del tempo disponibile in una attività che consente di vivere all’aria aperta, fare attività motoria ed essere occasione di aggregazione : la gestione e la coltivazione di un orto costituisce, per le persone che vivono oggi nelle città, un modo per combattere le conseguenze dell’inurbamento e ritrovare un contatto diretto con l’ambiente rurale caratteristico delle proprie tradizioni .
Una seconda conseguenza di una estesa pratica degli orti urbani, quasi implicita nell’attività di chi cura in modo assai partecipato il proprio raccolto, è quella di riscoprire piante antiche, privilegiare le specie autoctone con collaudate risorse genetiche, curare la biodiversità e quei prodotti agricoli ricchi di odori e sapori genuini e tradizionali che la tecnologia applicata nei campi nel corso degli ultimi decenni ha trascurato, preferendo la coltura di piante più sofisticate, dal prodotto più abbondante e appariscente.
Un terzo tipo di conseguenza dell’ estendersi della pratica di cultura degli orti è un immancabile processo di coinvolgimento dei singoli cittadini nella produzione di beni, in questo caso di cibi, che di solito avviene “altrove” seguendo regole e interessi volti a favorire “altri” e non la comunità sociale o i singoli cittadini. Si tratta di essere coinvolti in discorsi sul bene pubblico e quindi di un processo attinente alla democrazia.
E ovvia infine la conseguenza che produrre cibi a bassissimo costo ha un impatto economico, soprattutto a livello della comunità locale, che può essere importantissimo in tempi di crisi e che può interessare settori importanti dell’agricoltura tradizionale

L’ agricoltura biologica

Appare del tutto scontato che il tipo di coltivazione che viene praticata negli orti urbani sia del tipo di ”agricoltura biologica” cioè di quella agricoltura che si propone la produzione di cibi senza l’uso di pesticidi. Qualunque sia il livello di coltura di chi si dedica agli orti urbani,senza dubbio la maggior parte di loro sa che i pesticidi (parte importante dei fitofarmaci) sono sostanze che aumentano il volume del raccolto per il fatto di essere letali ad organismi viventi (acari ,insetti, funghi, microbi, ecc.): è nozione comune che purtroppo i pesticidi sono letali o dannosi anche per gli esseri umani. Chi intraprende l’attività di coltivare un orto ad uso familiare non è affatto interessato ad un piccolo o grande aumento di volume del raccolto ma ha di certo a cuore di produrre ortaggi privi di ogni pericolosità per chi li consuma.
Vale la pena di riportare sintetici dati sull’ argomento dei pesticidi.
La nocività dei pesticidi per l’uomo è fuori discussione ed è dimostrato che esistono stretti rapporti fra l’èntità della esposizione a singoli pesticidi ed incidenza di cancro di vario genere e di importanti conseguenze dannose al sistema immunitario.
Nel mondo vengono annualmente prodotti milioni di tonnellate di pesticidi: in Italia, ogni anno ne arrivano circa 170.000 tonnellate ( 7 kg di pesticidi per ettaro coltivato, il valore più alto d’Europa).
Gli ortaggi consumati in Italia contengono pesticidi in concentrazione superiore alle dosi ammissibili nell’1% delle derrate: (7% negli ortofrutticoli importati di dal di fuori della Comunità Europea). Inoltre, poichè il 20- 30% degli orto-frutticoli contiene più di un pesticida in quantità misurabile (fino a 15 in certi prodotti) esiste una esposizione complessiva dei singoli individui che per molti aspetti risulta pericolosa. Ciò è in particolare vero per la parte più sensibile della popolazione rappresentata dai bambini e dalle donne in gravidanza.
E’ evidente pertanto che nella situazione attuale è da considerare obiettivo primario quello di ridurre, anzi abolire, il contenuto dei pesticidi negli alimenti.
Così l’agricoltura praticata negli orti urbani, volta ad ottenere prodotti assolutamente sicuri e da consumare nella propria famiglia sarà certamente “biologica”. Ci riferiamo ad una attività sempre più praticata in tutti i campi dell’agricoltura, tesa alla produzione di cibi sani ottenuti senza l’uso di sostanze pericolose per l’ambiente e per l’uomo, che mette al centro della produzione l’agricoltore e che, eliminando le intermediazioni ed assumendo la responsabilità diretta della bontà e della sicurezza delle derrate alimentari, mantiene basso il prezzo dei prodotti attraverso il contatto diretto, locale con il consumatore (“filiera corta”).

L’agricoltura secondo natura

L’agricoltura biologica sottintende concetti economici e filosofici completamente alternativi alla agricoltura “industriale”, basata su un largo impiego di sostanze “biocide” e “fertilizzanti” utilizzate per aumentare la produttività. Si tratta ovviamente di due tipi di agricoltura assai diversi. Ma ripercorrendo il cammino che studiosi e grandi esperti di agricoltura biologica hanno compiuto nel corso degli ultimi decenni emergono concetti nuovi che accentuano ancora di più le differenze fra questi due tipi di agricoltura e che sul piano pratico rendono la coltivazione degli orti urbani più accessibile ed accettabile per i non addetti ai lavori agricoli.
La recente ricerca scientifica ha preso ad approfondire nozioni da tempo genericamente note e cioè che nel terreno esiste un numero enorme di specie di funghi finora solo in piccolissima parte coltivate in laboratorio o anche semplicemente identificate : si tratta verisimilmente di un milione e mezzo di specie che raggiungono una massa complessiva di 5.000 kg per ettaro di suolo. Le funzioni svolte dai funghi derivano dalle loro svariate modalità di nutrizione tipicamente basate sulla simbiosi (ma non soltanto su questa) funzioni che hanno una grandissima importanza nella nutrizione e salute delle piante nonchè nella strutturazione della fertilità del suolo. Ciò vale in particolare per quelle categorie di funghi detti “micorrizi” (funghi delle radici) che sono in grado di colonizzare la quasi totalità delle piante di molti ecosistemi terrestri: si tratta di funghi che colonizzano la radice delle piante stabilendo una simbiosi detta appunto di “micorrizia” la cui conseguenza ormai riconosciuta è che la pianta, che cede al fungo degli zuccheri, migliora l’assorbimento di minerali, diventa anche più resistente agli stress ambientali (inclusi i comuni agenti patogeni. la mancanza di acqua e la presenza di inquinanti), tutti processi che hanno effetto positivo sulla crescita. In pratica questi funghi influiscono sulla qualità, produttività e biodiversità dei vegetali, in pratica svolgendo la funzione di “bio-fertilizzanti” naturali.
E’ parallelamente cominciato lo studio e la classificazione sistematica dei milioni di specie microbiche presenti nel suolo. Sono emersi dati che indicano come in un terreno fertile vivano normalmente un’enorme quantità di microrganismi, 1 tonnellata o più per ettaro di terreno, in un contesto assai dinamico in cui un elevato numero di specie nascono, vivono e muoiono in un continuo avvicendamento, in relazione al mutare della temperatura, dell’umidità e delle caratteristiche del suolo. Questa enorme quantità di micro organismi comprende germi “azoto-fissatori” in grado di trasferire azoto dall’aria nel terreno e specie “aerobiche”(in superficie) che utilizzano l’ossigeno dell’aria oppure “anaerobiche”che nelle parti più profonde del terreno(5-20 cm) vivono in assenza di aria
e metabolizzano le sostanze organiche: tutte le specie contribuiscono con funzioni diverse all’arricchimento del terreno ed alla nutrizione delle piante, per il tramite dei funghi “micorrizi” o direttamente.

Emerge da questi dati una visione secondo cui la zolla agricola è un mirabile e complesso tessuto di organismi vitali e di sostanze organiche o minerali che è presumibilmente in grado di nutrire e consentire una crescita rigogliosa delle piante come avviene nel terreno del bosco o nelle zone incolte della campagna: la zolla agricola non deve essere distrutta ma preservata.
Da questi concetti sta scaturendo la pratica di una “agricoltura secondo natura”la quale:
- non “lavora” la terra e non utilizza quindi mezzi meccanici (aratri, zappe, trattori..)
- non dà apporti al terreno attraverso la concimazione perché la fertilità del suolo dipende dalla carica batterica e fungina, quantità e qualità, che è in grado da sola di fissare l’azoto e “ bio- fertilizzare” il terreno.
- non pratica alcun interramento di sostanza organica fresca e disseccata ma rispetta la naturale stratificazione del terreno nelle lavorazioni cercando di mantenere minima la esposizione della superficie della terra agli agenti atmosferici mediante copertura continua per mezzo della vegetazione coltivata o spontanea
- rispetta la complementarietà naturale delle piante e quindi non pratica nessun diserbo radicale ma soltanto controlla le erbe spontanee
- si limita ad arieggiare il terreno in profondità mediante un “ripuntatore”

Questo tipo di agricoltura ormai ampiamente sperimentata in Italia e all’estero è meno faticosa dell’agricoltura tradizionale, realizza un’effettiva salvaguardia dei suoli agricoli, migliora la quantità e la qualità del cibo che si ottiene, garantisce una buona resa produttiva sul campo.
È in pratica l’agricoltura biologica che può essere praticata, negli orti urbani come nei campi, anche da persone poco esperte e con capacità fisiche non massimali.

Orti urbani: arriva la legge.

Il momento politico sembra favorevole per lanciare iniziative volte a favorire la diffusione degli orti urbani. Partendo da considerazioni di varia natura ma in particolare dall’idea economicamente rilevante che il verde urbano assorbe CO2 e abbassa la temperatura, specie d’estate, facendo così risparmiare sui condizionatori gli orti urbani sono negli ultimi tempi ben visti anche dalla politica. . Una proposta di legge approvata dalla commissione Ambiente della Camera all’unanimità, sarà esaminata dall’aula di Montecitorio alla ripresa dei lavori parlamentari dopo le elezioni del 2013. In essa ci si propone di favorire tutte le iniziative per aumentare il verde nei contesti cittadini: oltre alla crescita degli "orti urbani" si pensa di favorire la trasformazione dei lastrici solari in "giardini pensili” e di creare coperture vegetali delle pareti degli edifici (ri-inverdimento verticale). Ci si propone inoltre di creare delle “green belts", cinture arboree e di verde attorno alle aree urbanizzate. Viene poi ripresa la legge del 1992, spesso disattesa, che imponeva ai comuni di mettere a dimora un albero per ogni bambino nato. Visto che in Italia nascono in media 520.000 bambini all’anno, è questo il numero approssimativo degli alberi che d’ora in avanti si imporrà che vengano messi a dimora: l’albero va piantato "entro tre mesi" ed ogni comune dovrà censire, entro un anno, il proprio patrimonio di alberi. Il provvedimento istituisce inoltre, per il 21 novembre, la Giornata nazionale sui diritti degli alberi, durante la quale si terranno nelle scuole iniziative per diffondere una nuova cultura ambientale

Conclusioni

Abbiamo riportato una serie di evidenze genericamente note e certo non originali: considerando il complesso dei dati esposti ed i molti altri che sono certamente disponibili si potrebbe elaborare un concetto conclusivo.
Abbiamo riportato dati secondo i quali è oggi possibile condurre una attività agricola senza l’apporto di pesticidi, di fertilizzanti ed addirittura senza “lavorare” la terra. È un’immagine che potrebbe apparire addirittura blasfema in quanto contraddice all’imperativo divino riportato nella Bibbia: con la lavoro faticoso ricaverai dalla terra il tuo nutrimento. In realtà occorre ricordare che l’uomo prima di divenire agricoltore, circa 10.000 anni fa, era un raccoglitore e cioè si cibava di quello che madre natura senza l’aiuto dell’uomo era in grado di produrre nei boschi, nelle foreste, nelle sterminate pianure e sulle pendici delle montagne. L’agricoltura, la fantastica scoperta che gli uomini della Mesopotamia donarono alla umanità, ci ha fatto dimenticare che l’artefice del miracolo che dal seme posto nel campo genera il frutto non è opera dell’agricoltore bensì della Madre Terra. Occorre riunificare le conoscenze che generazioni di esseri umani hanno accumulato con il sudore della fronte e con la sofferenza, con la riscoperta del fatto che la natura da sola (e, si potrebbe aggiungere, nonostante i danni che certi nostri interventi vanno causando) è in grado di produrre il nostro cibo. Ciò permetterà di configurare il modo in cui l’agricoltura del futuro dovrà operare. Al di là delle contingenze attuali, degli interessi consolidati, delle abitudini che ci siamo dati, delle conoscenze parziali che abbiamo o che crediamo di avere,l’agricoltura del futuro non dovrà usare sostanze chimiche che avvelenano il pianeta in modo inesorabile e dovrà solo, in modo mansueto ed intelligente, “coltivare” le capacità della terra di generare organismi viventi.
Dopo aver detto tutto questo ci si può meravigliare del fatto che ciascun cittadino, specialmente se ambientalista, specialmente se appartenente ad organizzazioni dedite allo studio dei rapporti fra ambiente e salute (come la società Medici per l’Ambiente della quale l’Autore si onora di far parte), non abbia ancora intrapreso la cura personale di un orto urbano(!).

di Roberto Ronchetti, Professore Emerito di Pediatria- Università “La Sapienza” di Roma, Presidente Sezione Medici per l’Ambiente- ISDE di Roma

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